Episodio 4: Il festival del Raccolto

Posted in Magic Story on 22 Settembre 2021

By K. Arsenault Rivera

K. Arsenault Rivera is the author of the Ascendant trilogy, as well as a writer on Batman: The Blind Cut and The Shadow Files of Morgan Knox. She's a lifelong Brooklynite who has never met a hobby she didn't like. To celebrate the release of her debut novel, she got a Magic: The Gathering tattoo.

Tre tocchi sulla porta di Olivia Voldaren provocano in lei un istinto omicida. Non che non sia mai in vena di uccidere, ovviamente, ma a volte le persone si impegnano per rendere le situazioni più fastidiose e, a quel punto, che cosa può fare? Queste cose non si possono semplicemente tollerare; porterebbero un’ondata di ribellione tra i servitori. E non una divertente.

"Entra e fai in modo che ne valga la pena", risponde. "Non riesco a sopportare che il mio trattamento di bellezza venga interrotto."

Non apre gli occhi, per evitare di sprecare tutto quel lavoro. Le sono serviti ben quindici minuti per strappare il volto di quella ragazza e Olivia non avrebbe permesso che venisse sprecato. Bisogna lasciare che il sangue abbia il tempo di penetrare e donare il giusto colore.

"Mia illustrissima e potentissima signora Olivia Voldaren."

Le sue labbra si incurvano in un leggero sorriso. Sì. Bene.

"Vi disturbo per darvi notizie sugli umani."

Il sorriso e il buonumore svaniscono. Sbuffa, facendo attenzione a non far muovere il volto della ragazza sopra il suo. "E credi che siano notizie importanti?"

"Penso di sì", risponde il messaggero. Dalla voce, deve essere Feuer. Ma non aveva qualche osso da rimettere insieme? Olivia non aveva mai incontrato un migliore creatore di ossari, ma perché lui si trovava da lei? "Stanno tramando qualcosa. Ripristinare l'equilibrio tra giorno e notte, credo."

Sunset Revelry
Celebrazione del Tramonto | Illustrazione di: Antonio José Manzanedo

Inizia a lamentarsi e poi si interrompe. Non devi disturbare la maschera, Olivia, è stato molto fastidioso estrarla. "E come credi che tentino di farlo?", gli chiede. A quel movimento, il sangue in cui è immerso il suo volto si muove come onde in una vasca da bagno. "Non si può semplicemente incatenare il sole."

"Illustrissima e potentissima signora Voldaren, ritengo che lo vogliano fare con un festival."

"Un festival."

"Esatto, un festival", ripete lui con voce salda nonostante l’incredulità di lei. "Ero nel Gavony, alla ricerca di alcune materie prime..."

Perché non le chiama con il loro nome? Ossa.

"... quando mi sono imbattuto in una vista molto bizzarra: effigi di vampiri. Enormi e abiette versioni di molti di noi e addirittura della vostra lodevole e ineffabile figura."

"Anche la mia? Questo è un affronto."

"Senza dubbio, mia illustrissima e potentissima signora Voldaren, un affronto. Camuffato da spadaccino mercenario, ho indagato sul motivo dei preparativi. Una donna gentile mi ha detto che erano per il Raccolto. L’ho ringraziata, l’ho uccisa all’istante e ho bruciato l’effigie."

Olivia aggrotta la fronte. "L’hai bruciata? Feuer, devi applicare il buon senso. Avresti dovuto portarla qui. L'avremmo utilizzata per l’accoglienza."

A questo punto emerge un leggero tremore nella voce di lui. "Molto bene, mia illustrissima e potentissima signora Voldaren, lo farò senza esitazione le prossima volta", risponde lui. Si schiarisce la gola. "Ma potrebbe essere di vostro interesse il metodo. Mentre stavo dissotterrando un esemplare, un gruppo di viandanti ha attirato la mia attenzione; avevano l'aspetto di forestieri, ma colei che li conduceva mi era familiare. Arlinn Kord..."

"Ugh. Quel fastidioso cagnaccio."

"Proprio lei. È alla testa del gruppo. Vi era inoltre una donna dalla chioma infiammata..."

Olivia sospira in modo drammatico.

"... che continuava a chiedere di un qualcosa chiamato chiave di Selenargento. Insisteva per dare un’occhiata, il che mi conferma che sia in loro possesso."

Ahh, quel vecchio oggetto. Gli umani devono essere disperati se lo ritirano fuori. Olivia si mette a sedere. "Il Raccolto, vero?"

"Esatto, il Raccolto. Che cosa desiderate che facciamo? Volete che io contatti immediatamente i nostri specialisti di estrazioni?"

Riflettendo, Olivia si porta le dita alle labbra e, di conseguenza, anche a quelle della giovane ragazza. "Non è necessario. Lascia che vadano avanti."

"Ma, signora Voldaren..."

"Illustrissima e potentissima signora Voldaren", lo corregge lei. "Feuer, se vedi che qualcuno sta dissotterrando un campione che desideri, che cosa fai?"

Pensandoci, emette un mormorio. "Lo uccido."

Non sta seguendo il discorso. "Sì. Senza dubbio. Ma quando lo uccidi?"

"Immediatamente", risponde lui. "Sarebbe un affronto personale."

Olivia si mette a ridere. "Questo è l'aspetto su cui devi ancora imparare, piccolo mio", gli risponde. Un istante dopo, fa scivolare la maschera dalla sua pelle e rimuove il sangue in eccesso dalla pelle assetata. "Mai interrompere chi sta facendo un lavoro al posto tuo."


Il pensiero comune di tutti i partecipanti del festival era "Innistrad deve sopravvivere".

Provenienti da ogni ceto sociale, sono giunti in questo luogo dalle vicine colline del Kessig, dalle alte guglie e dalle torbide brughiere del Gavony, dai porti e dai tunnel di Nephalia e dalle strade oscure e dalle torri contorte di Stensia. Al di sotto delle immobili braccia dell'antico Celestus trasportano le loro effigi, le loro candele e i loro cestini di fiori e frutta deperibili.

Innistrad deve sopravvivere. Questa non può essere la fine.

Così recita l’intagliatrice di zucche alla folla riunita di bambini rapiti dalle sue parole. "Che cosa posso realizzare per voi?", chiede, ottenendo come risposta il desiderio di vedere il sole. Un sole sia... e le mani dell’intagliatrice iniziano a muoversi con delicatezza, speranza e gioia. L’interno è già stato svuotato, spiega, e questo è l'aspetto importante della preparazione in un periodo come questo: bisogna pianificare in anticipo. Bisogna ascoltare attentamente i propri mentori, poiché ti diranno lo stesso. Ecco i raggi, ecco il sole, con frammenti di zucca che cadono sul terreno ricoperto di brina. Una candela al centro. L’intagliatrice di zucche, anche lei una strega, richiama una delle candele fluttuanti sopra le loro teste.

"Esprimi un desiderio", dice l’intagliatrice di zucche a una ragazzina di quel gruppo. "Può essere qualsiasi cosa tu voglia, non importa quanto grande."

La ragazzina desidera ovviamente che il sole rimanga per sempre, ma non lo dice alla strega. Non bisogna rivelare i propri desideri, altrimenti non si avverano.

La strega chiede alla ragazzina di sfiorare la candela. Un disegno di sole e luna si incide nel luogo scelto dalla ragazza, che arretra per la sorpresa, facendo sorridere la strega. La candela entra poi all’interno della zucca. La strega consegna infine il lavoro terminato alla ragazza.

"Prendi", le dice. "Questo sole è per te, un sole che non svanirà mai. Buon Raccolto!"

La ragazzina corre via, con il suo sole speciale tra le mani e il pensiero che il mondo sia un po’ più luminoso. E lo è davvero.

Soprattutto ora, con tutti che desiderano il loro sole speciale.

La strega Deidamia osserva la ragazza andarsene e dice a se stessa che questo è il motivo per cui Innistrad deve sopravvivere e per cui non può essere la fine.

Katilda ha detto che non lo sarebbe stata.

Osservando il Celestus, Deidamia deve sperare che sia la verità e loro devono coltivare quella speranza e mantenerla accesa proprio come quelle candele.

Anche se è solo facendo divertire quei bambini.

Una leggera brina inizia a ricoprire i preparativi. A pochi metri di distanza, le altre streghe intonano canti e uniscono le loro voci in melodie. A due costruzioni di distanza da Deidamia, la sua amica Shana solleva un boccale di delizioso sidro. Il festival potrebbe anche avere un aspetto severo e tutti loro potrebbero morire entro pochi mesi nel caso in cui il sole non torni al suo posto, ma, almeno per ora, quel sidro speziato può donare molta gioia.

Deidamia annuisce. Shana sussurra una rapida magia e il boccale fluttua fino al tavolo di Deidamia, che subito si gode un rapido sorso prima di mettersi a scolpire un altro sole. Lo sguardo di Shana indica il suo desiderio di parlare di più riguardo a ciò che sta accadendo, di quanto tempo dovranno attendere prima di indossare le loro maschere, ma Katilda è stata chiara: bisogna aspettare la chiave. Fino a quel momento, il loro compito è tenere gli occhi bene aperti e i partecipanti al sicuro.

Deidamia osserva la folla, gli alberi e i guardiani, continuando a creare i soli per i bambini. E anche per i volti esausti dei genitori che si trovano alle loro spalle.

Non è però Deidamia a individuare per prima il gruppo di eroi, bensì Shana. Il suo grido pieno di entusiasmo scatena urla tutto intorno. I bardi aumentano il ritmo delle loro melodie per accoglierli con toni trionfanti. La folla si accalca così tanto che Deidamia non riesce neanche a vedere gli eroi all’altra estremità del festival, ma vede con chiarezza un’ondata di fiamme sollevarsi. C’era una piromante tra loro, vero?

Il ragazzino in attesa del suo sole personale chiede a Deidamia di sbrigarsi e lei lo accontenta; l’istante dopo che la zucca sfiora il bancone, il ragazzino sta già correndo a vedere gli eroi. E così svanisce tutta la folla. Questo è il primo momento del festival in cui non c’è nessuno in attesa di fronte a lei.

Anche il tavolo di Shana è vuoto. Deidamia cede alla tentazione di guardare gli eroi mentre si dirige verso il centro del Celestus, così come a un altro sorso di sidro. Shana comprenderà, vero?

Dopo aver compiuto alcuni passi ed essersi versata un altro boccale, mentre l’aroma di mele riempie l'aria intorno, Deidamia percepisce il dolore intenso di una guardia che si accascia a terra.

Gli ululati hanno inizio subito dopo.


Forse erano state le mele. O le spezie. O forse le zucche. Magari l’insieme di aromi di migliaia di umani riuniti in attesa della morte.

Qualsiasi fosse stata la ragione, Arlinn non era riuscita a percepire il loro aroma.

Non se ne rende conto finché non è troppo tardi, non li vede accanirsi contro le barriere finché i lupi-sciamani non sono già addosso a loro, non sente gli ululati finché non giungono dai cancelli. Le grida di gioia si trasformano in urla di paura e i bambini radunati per vederli tornano rapidamente di fianco alle loro madri.

Anche le streghe urlano e indossano le loro maschere di legno e ossa, dirigendo la folla verso le imponenti braccia del Celestus. "Qui non è sicuro, dovete andare!"

La maggior parte delle persone le ascolta e forma un fiume di carne e paura che scorre lungo i banchi e i tavoli sistemati con cura, travolgendo zucche, anziani e bottiglie di sidro. Quello che sta inzuppando il terreno del Kessig è vino o è sangue? Non c’è modo di scoprirlo. Ciò che conta ora è che i lupi sono giunti all’ingresso, mentre il Celestus è ancora lontano.

Arlinn li può vedere ora: gli sciamani dell’ulubranco in piedi tra gli alberi, nascosti nelle asciutte pellicce delle loro prede, con il delicato colore scarlatto della loro magia che si fa sempre più intenso; i più rapidi tra loro corrono in cerchio, affamati, intorno alla barricata; bestie incredibilmente grandi si preparano all'assalto finale; i lupi sono attrezzati con solide armature in cuoio.

Li riesce a vedere tutti, devono essere centinaia.

Il suo cuore si stringe nel petto.

Storm the Festival
Assaltare il Festival | Illustrazione di: Yigit Koroglu

"Arlinn", la chiama Kaya. "Siamo nei guai, vero?"

"Non se riusciamo a salvare gli umani", risponde Arlinn. La sua voce risulta più provata di quanto lei vorrebbe. Una condottiera non dovrebbe suonare più sicura di sé? "Kaya, prendi la chiave. Assicurati che giunga a Katilda."

"Ricevuto", risponde. Kaya non ha bisogno di sentirlo due volte; l’istante dopo averla ricevuta da Teferi, svanisce nella nebbia. Ottimo, i lupi non saranno in grado di trovarla.

Nella gola di Arlinn si forma rapidamente un nodo, ma lei non ha tempo per questo ora. La luce rossa avvolge la tetra paura della folla di un’ombra spaventosa. Un licantropo poco più piccolo di una torre d’assalto abbatte un pugno contro il bordo di una barriera magica.

Crack.

Arlinn non riesce a distogliere gli occhi dall’orda, dai lupi che accompagnano i licantropi. Osservando con attenzione, è sicura di poter riconoscere volti familiari e il pensiero la riempie di terrore. "Chandra, Adeline..."

"Non è necessario che ci dica nulla", le dice Chandra.

Rimane in silenzio. Adeline, già in sella, porge la mano a Chandra e l’aiuta a salire. Le due si dirigono verso l’avanguardia senza dire una parola.

Svolgere il ruolo di protettrice e di luce guida, questa è l’essenza della fede che guida Arlinn. E non c’è un momento migliore di questo per essere una protettrice.

Perché allora esiste una parte di lei che desidera unirsi a loro? Come è possibile che il suo cuore selvaggio batta nel suo petto e cerchi di sfuggire al suo attento controllo?

Il suo sguardo si volge verso la risposta.

Lui si trova là.

Crack. Crack. Crack.

Sopra la sua testa, la magia si frantuma come un vetro delicato; lei alza lo sguardo, con il sangue che le macchia le vesti e le lacrime che scorrono lungo le sue guance.

Come un’onda contro le rocce di Nephalia, la parete di lupi mannari piomba sui più vicini partecipanti al festival. Il sangue schizza per aria, le ossa si frantumano tra le imponenti mandibole di quella morte travestita da lupo e un ululato la fa scattare per la fame e il disprezzo di sé.

"Arlinn."

Il battito dei tamburi di guerra nelle sue orecchie quasi nasconde la voce di Teferi di fianco a lei, ma la stretta della mano di lui sulla spalla di lei la risveglia. Scuote la testa e si preme una mano sugli occhi. "Teferi, devo... ci sono persone che devo..."

"Lo so", risponde lui. Anche la voce di lui suona spaventata, ma rivela del coraggio che riesce a trasmettere anche a lei. "Ti volevo dire che ero in debito con te di un lungo tramonto."

Lei strizza gli occhi, mentre lui conficca il suo bastone nel terreno, rivolgendole un sorriso colmo di fiducia. "Streghe della congrega Albacorno!", tuona, "Diamo inizio al rituale!"

L’istante in cui il bastone colpisce il terreno, un’onda d’urto si diffonde e ogni muscolo del corpo di Teferi si tende per lo sforzo. Questa volta, quando alza lo sguardo verso di lei, Arlinn si rende conto di non dover sprecare neanche uno di questi secondi regalati.

I suoi sogni stanno morendo insieme agli ultimi raggi dell’ultimo tramonto di Innistrad.

Ha un compito da portare a termine.


Adeline è una condottiera naturale.

Correndo lungo le linee di battaglia improvvisate, Arlinn lo vede in modo più chiaro che mai: le guardie seguono i suoi ordini in modo naturale quanto respirare. Gruppi di catari sono affiancati con scudi e lance e conficcano le loro armi nei potenti toraci dei lupi. Al suo ordine di indietreggiare, loro arretrano e formano una barriera protettrice dietro cui possono trovare rifugio i pochi partecipanti del festival rimasti.

Tovolar non impartisce alcun ordine. Come Arlinn sa bene, non ne ha bisogno; lui si trova in quel luogo per una caccia selvaggia, che non segue nessuna regola. Correre insieme a lui vuol dire ascoltare la melodia selvaggia del tuo stesso cuore e seguirla fino al suo termine naturale. Lo ha imparato cacciando con lui. Le persone pensavano che fosse tranquillo perché era muto, ma in verità aveva sempre apprezzato che la natura facesse il suo corso.

E fare il suo corso voleva dire seguire i propri istinti selvaggi. Adeline che impartiva ordini, Chandra che scagliava lingue di fuoco, gli impossibili raggi dorati del sole, senza questi elementi gli umani non avrebbero avuto alcuna possibilità. Anche in forma umana, i licantropi erano troppo forti da sconfiggere; anche in forma umana, i funesti erano più alti e più robusti di qualsiasi fabbro. In un certo senso, era una benedizione che la maggior parte di loro dovesse ancora trasformarsi; un fatto era affrontare armi impugnate da forti braccia e un fatto ben diverso era affrontare muri viventi di muscoli.

Non che fosse comunque facile. Alla sua destra, un funesto abbatte il suo martello su una parete di scudi dei catari, lasciando tre uomini a terra, inermi. Poi di nuovo e di nuovo ancora; i catari emettono grugniti per il dolore e lo sforzo, raggomitolandosi il più possibile sotto i loro scudi.

Solo un curioso balbettio li mantiene in vita. Uno dei rari aspetti positivi dell’infanzia di Arlinn erano le visite di un mercante durante i suoi viaggi. Tra le sue merci c’era una specie di lanterna di carta con delle fessure lungo i lati. Nel centro si trovava un cataro a cavallo. Facendo ruotare rapidamente la lanterna, si poteva intravedere il cataro intento a cavalcare. Non era una magia, le assicurava; era un semplice gioco di luci. Arlinn ne desiderava una disperatamente, ma sapeva che i suoi genitori non potevano permettersela. Gli strani movimenti del cataro la ammaliavano, con quel modo speciale di creare il movimento.

Ora vede il funesto muoversi nello stesso identico modo. Solleva il martello sopra la propria testa e lo abbatte, con interi secondi in cui il suo movimento si arresta. Secondi sufficienti per i catari caduti per contorcersi. Anche l’ombra del funesto non corrisponde ai suoi movimenti.

Teferi. Deve ringraziarlo la prossima volta che lo incontra.

Borrowed Time
Tempo Rubato | Illustrazione di: Andreas Zafiratos

D’istinto, Arlinn chiama i suoi compagni lupi, ma loro non potranno rispondere, lo sa bene, ci sono troppi lupi impegnati in quell’attacco. La natura ha deciso da che parte schierarsi.

Lei deve quindi scegliere l’umanità.

Raccoglie la mazza di un cataro caduto e si scaglia contro il funesto. I muscoli possono darti tutta la forza che desideri, ma le articolazioni saranno sempre un punto debole. Lui è troppo impegnato nell'aggressione delle sue vittime che non si accorge della mazza che sta per piombare sul suo ginocchio. Lei sposta tutto il peso sul colpo, ottenendo uno scricchiolio e un ululato come premio. Il funesto barcolla, si volta e i catari si ritrovano alle sue spalle.

Il funesto ringhia. Nonostante la sua forma sia umana, gli occhi lo tradiscono; la sua trasformazione è già iniziata ed è visibile anche nelle sua lunghe zanne. "Tu. La preferita di Tovolar."

Arlinn alza le spalle. "Non sai nulla di me", risponde lei sollevando di nuovo la mazza. "Vattene da qui, finché sei in tempo. Questa è una battaglia che non puoi vincere."

La risata di lui esce ruggendo dal suo petto, distraendolo dall'attacco delle spade dei catari. La prima, su una gamba, non lo fa vacillare, ma la seconda, sul ginocchio già ferito, provoca un intenso ululato. La terza, tra le costole, lo fa piegare, ma non prima che possa afferrare le testa troppo vicina del terzo cataro tra le sue enormi mani.

Arlinn non perde tempo.

La sua mazza si scontra con le ossa.

In piedi dopo quel massacro, con le mani ricoperte di sangue, può solo concedersi una preghiera sussurrata. I catari la ringraziano, ma a lei non sembra di aver compiuto alcuna impresa degna di giustizia.

Nulla di tutto questo è giusto.

La preferita di Tovolar.

Si lancia ancor più nel mezzo della ressa.

Corre, perché è sbagliato e lei sa che è sbagliato... non è mai stata la sua preferita, come avrebbe potuto esserlo? Come avrebbe potuto esserlo dopo averlo lasciato ferito e sanguinante nel mezzo della notte dopo ben due anni al di sotto della sua ala protettrice?

Corre lontana da quel ricordo, ma i ricordi sono ottimi inseguitori; il sangue al di sotto dei suoi piedi è proprio come il sangue di quella notte; le urla dei partecipanti al festival sono identiche alle urla degli abitanti del Kessig e il sangue sulle sue mani non è mai andato davvero via.

"Non possiamo essere qualcosa di più?", gli aveva chiesto.

Per lui, quello era invece proprio ciò che erano, ciò che era lei e ciò che il destino aveva da sempre previsto per lei.

Nulla di più, un insieme di sangue a terra, sapore della carne e odore della paura.

Arlinn deglutisce a fatica. I corpi che i suoi occhi vedono, le persone che si trova davanti, sono proprio come quelle di quella notte.

E Tovolar è sempre lo stesso. In mezzo a quella ressa, si erge. I suoi occhi sono ancora più roventi delle fiamme intorno a loro e puntano proprio su di lei.

"Tovolar!", urla. "Interrompi tutto questo!"

Lui risponde con un ghigno e scuotendo la testa. "No."

Tovolar, the Midnight Scourge
Tovolar, il Flagello di Mezzanotte | Illustrazione di: Chris Rahn

Con la mazza ancora tra le mani, Arlinn avanza. Dietro di lei, la battaglia continua; catari che aggrediscono licantropi alla gola, streghe che proteggono i combattenti isolati, cavalieri in armatura che affrontano con coraggio i nemici. Le fiamme di Chandra avvolgono la scena di un bagliore color ambra.

"Siamo quasi al tramonto, Arlinn. Puoi ancora unirti a noi", le dice lui. Non si accorge dell'arma nella mano di lei oppure non è qualcosa che lo spaventa.

Ma in realtà dovrebbe.

Con un ringhio profondo e gutturale, Arlinn attacca.

Tovolar afferra la testa della mazza.

"Perché mai dovrei unirmi a voi?", ruggisce lei. Spinge la mazza con tutto il proprio peso, ma lui resiste con facilità.

"Lo hai già fatto una volta", le risponde lui. Tovolar spinge la mazza, facendole perdere l’equilibrio. "Quello era il posto per te."

"Tu non sei nella posizione di decidere il mio posto", gli risponde con rabbia. Al colpo successivo della mazza, Tovolar l’afferra per il manico e la strappa dalle mani di Arlinn. Cadendo a terra, va a finire sullo scudo di una guardia abbattuta, ma Tovolar sembra non notarlo.

Il sole è sempre più vicino all’orizzonte. Neanche Teferi è in grado di trattenerlo per sempre.

Tovolar la scruta e Arlinn risponde al suo sguardo.

"Ti seguono solo perché pensano che tu sia simile a loro", le dice lui. "Ma io so bene che non lo sei."

"Tu non mi conosci", gli risponde seccamente.

Questa volta è lui che tenta un affondo, con un deciso movimento dei suoi artigli. Arlinn si inginocchia e lo schiva, ma lui si fa sempre più vicino e le sue cicatrici dalla spalla alla cintura diventano chiaramente visibili. "Sei sicura?"

"Nessun dubbio", risponde lei appena prima di colpirlo con un pugno al mento. L’effetto del colpo lungo il braccio vale la soddisfazione di vedere lo sguardo irriverente di lui svanire. Continua ad aggredirlo, facendolo indietreggiare barcollando. "Poni fine a questo attacco, Tovolar. Sei ancora in tempo."

Il sangue scende lungo le zanne di lui. Lo sputa a terra. "Stai scherzando."

"Sono seria", gli risponde lei. "Interrompi l’assalto. Lascia che terminiamo il rituale. Riprenditi la notte, caccia quanto vuoi, ma lascia fuori gli umani."

"E come pensi che la prenderanno?", le chiede.

"Rimarrebbero in vita", risponde lei. "Questo è ciò che conta."

Lui si lancia in un altro assalto. Questa volta, lei è pronta. Arlinn afferra entrambi i pugni di lui con le mani aperte. I muscoli di lei gemono per lo sforzo di tenerlo a bada, ma i suoi piedi affondano; non può continuare così.

"Guarda bene la situazione. I tuoi lupi lo hanno già capito, è una sfida tra noi e loro. Lo è sempre stata."

Arlinn riconosce gli ululati. Riconosce i ringhi, sa cosa vedrà se sposta lo sguardo lontano da lui. Non si guarda intorno, non potrebbe sopportarlo; il dolore le invade il petto, è come se il suo cuore fosse stato già strappato. Vedere i suoi vecchi compagni avrebbe solo l’effetto di comprimere il suo cuore contro il suo stomaco.

Non può permettersi una distrazione come quella. Socchiudendo gli occhi, si lancia con la fronte contro il naso di lui. Tovolar barcolla il tempo di cui lei ha bisogno per colpirlo con un altro pugno.

La reazione che si propaga nel corpo di lui le fa però capire che ciò che teme sta per avverarsi: il tempo a disposizione sta per terminare. Le zanne insanguinate di Tovolar si fanno sempre più lunghe e il suo ghigno è ancora più fastidioso quando è su un muso invece che su un volto. Tutto intorno a loro, gli ululati degli altri lupi alimentano l’intensità del momento.

"Arlinn! Abbiamo bisogno di aiuto!"

La voce di Chandra è facile da riconoscere. La risposta molto meno. Tenendo lo sguardo su Tovolar, il meglio che riesce a dire è "Ci sto lavorando, tu tieni gli altri al sicuro!"

Tovolar diventa sempre più grande. Anche il corpo di Arlinn tenta di sfuggire al controllo; i suoi denti vengono pervasi dal dolore e le mani tremano di una rinnovata energia mentre tenta di afferrare una nuova arma. La spada ancora stretta nella mano di un soldato caduto sembra una buona soluzione. Più tardi avrebbe recitato una preghiera anche per lui.

E adesso? Meglio sopravvivere.

Nei suoi attacchi contro di lei c’è una nuova euforia, nei colpi che affondano c’è un nuovo piacere, selvaggio e impetuoso. Arlinn para tutti i colpi con il piatto della spada. Data la velocità di lui in questa forma, il meglio che lei riesca a fare è schivarlo, ma la stanchezza invade rapidamente il suo braccio, la sua spalla, la sua schiena e la sua anima, incredibilmente stanca. Spossata, perde il controllo della guardia e gli artigli di lui le lacerano una guancia. L’odore del sangue quasi cancella il dolore, le sue narici avvampano, il sapore la invade, con una profonda e primordiale fame che minaccia di sopraffare il suo autocontrollo ottenuto con grande fatica.

Ma lei mantiene il controllo.

"Sei anche tu un lupo, Arlinn", ringhia Tovolar, con parole storpiate dalla forma disumana delle sue fauci. "Per quanto tu cerchi di nasconderlo, lo sei!"

"Non ho mai detto di non esserlo!", risponde lei.

Lui l’aggredisce di nuovo, con grande impeto, e lei fatica a tenersi fuori dalla sua portata.

"Allora fammelo vedere!"

Lui si solleva e la ferita che lei gli ha inflitto diventa perfettamente visibile, anche alla leggera luce del crepuscolo. Vederla riporta alla mente i ricordi: Tovolar che la spinge a uccidere gli umani, per dimostrare di essere una di loro; una scelta impossibile, una soluzione tanto facile quanto complicata. Tutto ciò che avrebbe dovuto fare era ucciderlo, semplice. E a quel punto sarebbe diventata l’alfa dell’ulubranco.

Ma non è andata così. Lui non è morto e lei non ha vinto. Avevano entrambi cicatrici che lo dimostravano.

Le sue sono in fiamme. Tutto il suo corpo è in fiamme. Nel frastuono della battaglia, Arlinn riesce a udire i tamburi che suonavano quando lei lo ha sfidato. Proprio come quella notte, tutti gli sguardi del branco sono su di lei; proprio come quella notte, lei è da sola. Proprio come quella notte, la sua verità è terribilmente distorta.

Uno spasmo le scuote un braccio, i muscoli si sforzano di diventare qualcosa di più, ma lei li blocca con la mano libera. Le sue labbra pronunciano una preghiera. Se vuole farcela, se vuole dimostrargli quanto si sbagli, non può lasciarsi andare. Non può permettersi di...

"Lasciati andare. Perché ti stai opponendo alla natura?"

"Perché... perché c’è ancora . . ."

Le parole non escono dalle sue labbra. Parlare diventa ancora più complicato. E poi gli ululati: sono con te, unisciti alla caccia. E poi il richiamo della carne e delle ossa, insieme alla sensazione più pura di libertà che abbia mai provato. Vicina. Molto vicina.

Si sforza di chiudere gli occhi. Si risveglia e li apre un istante dopo, per scoprire che i lupi si sono avvicinati.

Saetta, Pazienza, Zannarossa e Macigno.

La stanno osservando tutti... tutti con le zanne in vista, tranne Pazienza.

Pazienza si appoggia sulla gamba di Arlinn, strattona i suoi pantaloni, alza lo sguardo verso di lei e implora: vieni con noi, unisciti alla caccia.

Se Tovolar l'avesse tagliata in due, avrebbe provato meno dolore. Come avrebbe potuto trasmettere il significato di unirsi alla caccia? Come avrebbe potuto spiegare a Pazienza che gli umani che li osservano con tale timore sono in realtà buoni e che i lupi che corrono e cacciano e giocano con loro sono dalla parte del torto?

Barcolla. Le lacrime le pungono gli occhi. "Non posso", dice con voce rotta.

Quelle parole sono tutto ciò che Macigno ha bisogno di sentire. Con un movimento degno del suo nome, si lancia su di lei, la travolge e la lascia senza fiato e con un forte dolore alle costole. Con la faccia immersa nel fango, può solo sentire l’avvicinarsi dei suoi lupi e le mani di Tovolar che afferrano la sua chioma.

"La risolviamo nel modo giusto", le dice lui, "oppure questa è la tua fine."

Un ginocchio sulla schiena la tiene bloccata e gli artigli premono sulla sua gola. Anche solo un respiro un po’ più intenso sarebbe un grande rischio.

"Fammi vedere la vera Arlinn. La vogliamo vedere tutti."

Questo è davvero ciò che vuole vedere?

Lei glielo avrebbe fatto vedere.

Non perché lo avesse chiesto, non perché i suoi lupi lo volessero vedere, non perché dovesse dimostrare qualcosa.

Bensì perché, in un certo senso, ha ragione; sono entrambi lupi e lei si rende conto che questo è l’unico modo in cui può andare a finire.

Una fine all’ultimo sangue, tra zanne e artigli.

Il sole cala al di sotto dell’orizzonte. Il giorno si trasforma in notte.

E anche Arlinn Kord si trasforma.

Arlinn, the Moon's Fury
Arlinn, la Furia della Luna | Illustrazione di: Anna Steinbauer

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