Incendiare

Posted in Magic Story on 4 Gennaio 2017

By Chris L'Etoile

Questa storia contiene riferimenti a pensieri suicidi.


Il racconto precedente: La Rivoluzione ha inizio

I rinnegati di Kaladesh sono insorti contro il corrotto Consolato di Tezzeret. Guidati da Pia e Chandra Nalaar, armati dalla mente geniale criminale Gonti, supportati dall'alleanza con inventori e pirati dell'etere, fiancheggiati dai Planeswalker Guardiani, hanno preso il controllo del Centro dell'Etere, vitale per Ghirapur. Ora devono difenderlo dal contrattacco del Consolato, finché non riusciranno ad alimentare l'aeronave Cuore di Kiran.


Il tavolo strategico della Sovrana Celeste era una sorprendente dimostrazione del più elevato livello di ingegneria, dell'arte estetica e dei fondi apparentemente sconfinati del Consolato. Mostrava anche in modo molto chiaro quanto lentamente procedevano i tentativi di riportare l'ordine.

Sul tavolo di fronte a Dovin Baan, le figure meccaniche si muovevano lungo le strade che variavano di colore in base al distretto; il verde rappresentava Kujar, mentre il blu Bomat. Scaltri pupazzetti con la forma dei cinque meccatitani ronzavano, muovendosi con attenzione e circondando laboriosamente l'elemento in filigrana che rappresentava il Centro dell'Etere. Il sole dell'alba penetrava attraverso i confini e creava lunghe ombre tra gli edifici di ottone e alluminio alti una spanna.

Al di sopra, una replica della corazzata Sovrana Celeste ciondolava da una struttura formata da cavi, carrucole e servomeccanismi. La luce interna simulata si intravedeva attraverso le schiere di forellini che rappresentavano i boccaporti.

Su un angolo colorato di rosso di Saldapoli, un'altra figura spense le proprie luci e uscì dalla mappa. Uno scuro elemento ne prese il posto nella strada. Di fianco a sé, udì il resoconto sussurrato dall'operatore alla sua sinistra: "Gli automi dell'unità di esecutori sei-tre hanno terminato la scorta di etere. Gli operatori hanno perforato le canne dei cannoni e stanno rientrando".

All'altro lato del ponte di comando, il giudice capo Tezzeret... ora Gran Console Speciale Tezzeret, sostenuto dai consoli per tutta la durata dell'attuale crisi... era troppo occupato a urlare contro un attendente per prestare attenzione a quest'ultimo contrattempo.

Sembrava che il Gran Console trascorresse ogni giorno più tempo a comunicare a voce alta e a breve distanza. Nessuno aveva purtroppo il permesso di mettere in discussione l'efficacia delle sue sfuriate (Baan aveva notato che avvenivano meno di una volta ogni ora). Fin dall'inizio della crisi, il personale del ponte di comando aveva lavorato al di sopra della normale efficienza. Ognuno era come una molla tesa, pronto a segnalare con ammirevole rapidità ogni difetto di sistema e di situazione, per poi agire immediatamente per risolverlo, prima che il Gran Console se ne accorgesse.

L'attendente, una solida nana che reggeva una pila di resoconti scritti a mano, sbatté le palpebre mentre una goccia di saliva scendeva lungo la sua guancia. "Signore", ripeté, "quella pattuglia non è dotata di etere. I rinnegati al Centro hanno tagliato le alimentazioni, per ridirigere tutto su alcuni progetti...".

"Allora aiutami", ringhiò Tezzeret. "Se mi dai ancora una scusa. Solo. Una. Io farò passare personalmente la tua testa attraverso...".

Baan fece un passo in avanti e i suoi tacchi fecero prontamente rumore sul pavimento di acciaio del ponte. Il Gran Console che minaccia la vita di un messaggero, come se fosse un qualche farabutto criminale invece che un ufficiale dell'apparato di stato, avrebbe eroso in modo inaccettabile l'autorità morale del Consolato agli occhi di tutti i presenti. Non l'autorità legale, ovviamente, ma le due venivano a volte confuse tra loro.

"Questo è il rischio di una distribuzione di etere centralizzata", Baan si premurò di mantenere un tono di voce più neutrale possibile; piatto, noncurante, perfettamente cupo. Freddo e indefinito come le nebbie che si sollevano dal fiume Vinday sottostante.

Tezzeret si allontanò dall'attendente e girò intorno al tavolo strategico, con i membri dell'equipaggio che gli lasciavano strada, ritornando ai loro strumenti e schermi.

"Ci era stato garantito che la struttura sarebbe stata protetta in modo sufficiente", continuò Baan. "Il Console Kambal aveva dichiarato che l'usurpazione da parte di elementi ostili al governo sarebbe stata, citando le sue parole, 'assolutamente imposs...'".

Tezzeret gelò Baan con lo sguardo. La pelle intorno alle sue labbra si tese, mentre la chioma prematuramente grigia scendeva sulle sue spalle e i tatuaggi color cremisi sulla sua fronte si piegavano all'aggrottarsi del suo sopracciglio. Baan non aveva ancora determinato il significato di quei segni, ma i pensieri relativi a quella conoscenza esoterica avevano occupato diversi momenti liberi della settimana precedente. Non apparivano legati ad alcuna tradizione di tatuaggi di Kaladesh e sembrava improbabile che fossero una sua creazione; mentre le capacità ingegneristiche del Gran Console erano sempre sorprendenti, il fattore estetico era evidentemente un argomento di scarso interesse.

Era interessante che nessuno dei membri del ponte di comando... e nessuno dei consoli... si ponesse dubbi sulle origini di Tezzeret. Tatuaggi di origine sconosciuta; forza fisica e conduttività del metallo che componeva la protesi del suo braccio impossibili; pronuncia particolare. L'accettazione incondizionata sarebbe sicuramente giunta a una fine, una volta diffusa la conoscenza della rivelazione di Rashmi. L'immaginazione popolare sarebbe stata investita dalle possibilità suggerite dal suo dispositivo. Sarebbero state scritte intere biblioteche di fantasiose speculazioni.

"Ti dovrei strappare quella lingua", ringhiò Tezzeret.

Baan sollevò un sopracciglio, con cautela, e si strinse le mani dietro la schiena. La sua voce acuta mostrò un'educata curiosità; "Davvero?".

Dovin Baan
Dovin Baan | Illustrazione di Tyler Jacobson

Le narici del Gran Console avvamparono alla serie di oscenità che uscirono dalle sue labbra. Ripugnante, anche in modo sorprendente, ma senza una vitalità creativa. Non era uno sforzo per lui degno di essere compiuto. Dietro Tezzeret, un membro del personale del ponte di comando lo osservò con disprezzo e paura e ritirò il più possibile la testa tra le spalle.

Quando il Gran Console terminò la sua sfuriata, Baan attirò di nuovo la sua attenzione. Discretamente, in modo che nessun altro potesse udirlo, disse "Comprendo l'efficacia delle vostre espressioni nel mantenere il personale attento e ubbidiente. Sono tuttavia... dubbioso".

Il furore svanì dal volto di Tezzeret, tanto rapidamente quanto era apparso. I suoi occhi, freddi e calcolatori, si strinsero e scintillarono come un diamante. Il Gran Console non sembrava un pericolo un istante prima. Ora si scorgeva un bagliore nei suoi occhi che evidenziava una brama di piegare qualcosa fino a farlo scricchiolare, romperlo, contorcerlo... e trattenerlo solo per vedere che cosa sarebbe successo.

Un angolo delle sue labbra si piegò verso l'alto, ma Baan non riuscì a comprendere di quale umore fosse ora quell'uomo. "È necessario che il Centro dell'Etere sia sotto il nostro controllo", disse il Gran Console con un tono di voce normale. "Sei pagato per individuare i punti deboli. Svolgi il tuo compito. Trova un modo. Fai in modo che accada".

Baan inspirò lentamente. Erano passate dieci ore da quando aveva avuto un'idea sul piano, ma non era riuscito a persuadere nessuno di rilievo ad ascoltarlo. "Mi permettete?", fece un cenno al tavolo strategico. Il Gran Console annuì in modo brusco.

Baan si avvicinò al tavolo e ne manovrò i comandi. La maggior parte della struttura meccanica della città si ritirò, lasciando solo la parte intorno al Centro dell'Etere. Le barricate dei rinnegati, indicate da elementi scuri, creavano una sinistra protuberanza sulle armoniose linee di strade, ferrovie, canali e condutture di etere della città. Sul Centro si trovavano diversi elementi e sei figure meccaniche di ottone scintillante, ognuna con uno stendardo di un diverso colore.

Baan indicò la disposizione dei rinnegati intorno al Centro. "Hanno posizionato la maggior parte delle loro forze nel Centro. Un assalto diretto sarebbe... disastroso. La condottiera dei rinnegati è al comando".

Gli artigli metallici allungati del Gran Console si strinsero in qualcosa di vagamente rassomigliante a un pugno. "Pia Nalaar".

"Sì", confermò Baan. Pia Nalaar, la compagna di Kiran, la madre di Chandra. Tutte e tre le denominazioni erano oggetto di certificati di morte, dodici anni e sette mesi prima. Era rimasto stupito di trovare due di quei tre ancora in vita e aveva deciso di effettuare una ricerca negli archivi. Li aveva trovati, proprio come si ricordava. Luogo di morte: Bunarat. Causa di morte: incendio. Testimone della morte: Capitano Dhiren Baral.

Baan operò i comandi e pose l'attenzione su una sezione delle posizioni dei rinnegati: il sottile collegamento tra il Centro dell'Etere e il quartiere da loro controllato. "Il loro impegno nella difesa del Centro lascia sguarnito il collegamento con i loro compagni. Una sufficiente pressione da entrambi i lati ci permetterà di completare l'accerchiamento del Centro".

Tezzeret si sporse sopra il tavolo, appoggiando i suoi pugni irregolari, e scrutò gli elementi neri che rappresentavano i difensori rinnegati. "Nessun assedio, Baan. In ogni momento, gli automi e i veicoli possono terminare le loro scorte di etere. Solo mantenere l'alimentazione dei meccatitani...".

"Prevedo che ritireranno dei difensori dal Centro, per mantenere aperto questo corridoio. L'architetto della loro strategia difensiva mostra un certo... approccio bidimensionale. Ritengo che sia il... il nostro ospite, il signor Jura". Tezzeret sollevò un sopracciglio al suo tentativo di dissimulare e osservò il personale di comando intorno a loro. Se anche qualcuno avesse notato il cambio di tono su quella parola, nessuno aveva alzato lo sguardo.

"Il base alle mie ricerche, era un comandante di fanteria. Dubito che abbia una grande esperienza nell'affrontare forze che hanno mobilità aerea". Ruotò una manopola e una serie di elementi neri alle intersezioni della strada si sollevarono. "Queste sono le barricate dei difensori formate da vegetazione. Quasi sicuramente create dalla loro alleata elfa, Nissa".

Le lunghe dita di Baan manipolarono i comandi come un suonatore di sitar a un concerto e mossero le legioni. "Le loro difese sono posizionate principalmente lungo quel perimetro esterno, con una riserva al Centro. Il nostro attacco ai fianchi", le figure ticchettanti spinsero gli elementi scuri lungo il corridoio fino alla posizione dei rinnegati, "drenerà le loro riserve". Gli elementi ammassati intorno al Centro si mossero per sostenere la ritirata dei compagni. "E poi...".

Uno stormo di totteri in miniatura prese vita sul ponte del modellino della Sovrana Celeste. Ondeggiarono sul tavolo e si allinearono delicatamente sul modellino del Centro dell'Etere.

Baan annuì e si allontanò dai quadranti e dalle leve di comando. "I mezzi di trasporto saranno carichi di ispettori. Sono fiducioso del fatto che una disposizione aerea dietro le posizioni avanzate del signor Jura lo coglierà impreparato. Atterreremo in alto e ci muoveremo verso il basso. Se le cariche a impulsi di etere non saranno in grado di smuovere i difensori, le bombole esplosive saranno più efficaci. Sono pochi i rinnegati che indossano un'armatura completa e ridurremo il rischio che i frammenti danneggino il Centro".

Tezzeret si voltò verso di lui, inclinando leggermente il capo e con uno sguardo di valutazione. "Perché, Baan. Che singolare idea sanguinaria. Da te".

"Questa idea si basa sulla scelta del momento giusto e sull'inerzia", rispose freddamente. "Se i rinnegati si rifiuteranno di ritirarsi o di arrendersi, dovranno essere messi in disparte, per evitare che possano concentrare il fuoco sui nostri ispettori. Delle perdite saranno inevitabili in questo frangente. Meglio che siano truppe militari che i nostri servitori civili".

Il Gran Console fece un sorriso di approvazione. "Sei in grado di assicurarmi che funzionerà?".

Baan aggrottò la fronte. "Ovviamente no. Posso solo fare previsioni in base alla mia attuale conoscenza. La mia stima è di un 85 per cento di successo".

Tezzeret batté le dita in carne e ossa sul bordo del tavolo e poi indietreggiò. Fece un gesto incurante al modello del Centro dell'Etere e alle figure in ottone con le loro bandierine colorate. "E per quanto riguarda i tuoi ospiti, Baan? Complicano le cose".

"La mia valutazione è che ognuno di loro richieda da dodici a trenta ispettori, a seconda delle singole capacità e addestramento. Fortunatamente, ho avuto la possibilità di identificare i loro punti deboli. Il principale è la loro mancanza di un unico comandante. Sia Gideon che Jace ritengono di essere alla guida del gruppo. In aggiunta, il signor Beleren...".

"Conosco i suoi punti deboli". Per un istante, Tezzeret mostrò i denti, come un cobra che assapora il sapore portato dal vento.

"Nessuno di loro si fida del tutto di Liliana. Anche lei non ha una buona opinione di Gideon. La sua idea di Jace è molto difficile da analizzare; un insieme insolito di senso di protezione e disprezzo. Ritengo che neanche lei sarebbe in grado di spiegarselo.

"Oltre all'elemento della persona al comando, il punto debole principale del gruppo è la figlia della condottiera dei rinnegati. Tende molto facilmente ad agire d'impulso, fatto che rende gli altri molto protettivi nei suoi confronti. In particolare Gideon e Nissa".

Il Gran Console afferrò e tirò un condotto di comunicazione dal groviglio sopra di sé. "Responsabile di conformità Baral sul ponte di comando. Subito", ruggì nel condotto. Udì le parole risuonare nelle sale della nave.

"Il tuo piano è inaccettabile". Tezzeret esaminò il suo braccio artificiale e vi passò un dito su tutta la lunghezza. Il metallo irreale fluì come acqua sotto il suo tocco. "Lo sto migliorando leggermente. Le due Nalaar hanno altri punti deboli".

"Sono curioso", azzardò a dire Baan. "Che significato hanno i tatuaggi sulla vostra fronte?".

Gli occhi di Tezzeret lo squadrarono dalla testa ai piedi, cercando di interpretare scrupolosamente la sua postura neutrale. "Il loro compito è ricordarmi un debito". Un angolo delle sue labbra si piegò verso l'alto, ma non in segno di umorismo. "Mi chiedo, Baan. Quali punti deboli vedi quando osservi me?".

Considerò la risposta, per un breve momento. "Riguardo a questo argomento, ritengo che sia più prudente tenere le mie conclusioni per me".

Il Gran Console fece una breve e tagliente risata. "Non sei uno stupido".

Immaginò che quella fosse la normalità di un complimento da parte di Tezzeret.

Baral giunse sferragliando sul ponte di comando, in piena tenuta da combattimento, con il casco nell'incavo del gomito. Si fermò di fronte ai due e fece un frettoloso saluto. "Baral. Come richiesto". Dopo un istante aggiunse "Signore".

"Tu hai avuto a che fare con i Nalaar", disse il Gran Console.

Un lento e sgradevole ghigno si dipinse sul volto di Baral, trasformando la sua guancia ricoperta da cicatrici in una landa desolata di rupi e canyon. "Esatto".

"Hai dichiarato che l'intera famiglia era deceduta", disse Baan.

Gli occhi dell'ispettore capo si strinsero. Scrutò Tezzeret, che, inusualmente, non disse nulla. Alla fine, Baral grugnì, "Le fiamme che la ragazza ha generato. Hanno confuso le cose. Abbiamo scoperto la madre tra i sopravvissuti successivamente".

"Davvero?", rispose Baan, in modo vago. "Trovo inappropriato che i resoconti non corrispondano alle tue parole".

"La burocrazia è affar vostro, Ministro", ringhiò Baral. "Io lavoro per mantenermi. Se voi passaste un solo giorno per le strade...".

"Baral", lo interruppe Tezzeret, "voglio che tu li distragga".

Lo sguardo dell'ispettore capo passò continuamente tra i due, perplesso. "Signore?".

"Voglio che tu dia fastidio alle Nalaar. Attirale lontano dal Centro dell'Etere. Loro e tutti i loro amici che riesci a portar lontano".

Baral ridacchiò attraverso ciò che rimaneva del suo naso. "Facile. E poi?".

Tezzeret lo congedò con un gesto della mano. "Ciò che desideri".

L'ispettore capo sollevò il suo sopracciglio rimanente. "Ciò che desidero, davvero?".

Il Gran Console sbatté tra loro i suoi artigli di metallo. "Sono traditori per il Consolato, Baral. Maghi con un passato di violenza. Se non si arrenderanno...", sollevò il palmo della sua mano mortale, con un'espressione distaccata.

Baral si raddrizzò e un canino divenne visibile tra le sue labbra. Baan non comprese se fosse più un sorriso o più un sogghigno. "Assolutamente. Non possiamo lasciare che dei maghi pericolosi siano liberi di circolare". Si voltò per andarsene.

"Porta la tua squadra con te", disse Tezzeret. "E anche il Ministro Baan".

Baral grugnì e sbatté il casco sul supporto della spalla. "Hangar sette, Ministro", le parole riecheggiarono. "Partiamo tra dieci minuti". Poi uscì a grandi passi e i suoi stivali di metallo risuonarono rumorosamente sul pavimento del ponte.

Baan si voltò verso il Gran Console. "Spiegatemi".

"Baral è un mastino da assalto", rispose Tezzeret, volgendo lo sguardo verso il tavolo. "Tu sei il suo guinzaglio. Lascia che li morda, ma senza che si lanci all'inseguimento".

Logico, fino a qui. Baan spostò il peso da un piede all'altro. "E il mio piano?".

"Ne verificherò l'esecuzione. Non temere", sorrise in modo sgradevole. "I riconoscimenti saranno tuoi. Per il fallimento o per il successo". Il Gran Console rimase gobbo sullo schermo, con gli artigli che incidevano sottili linee sull'ottone rifinito.


Mamma è al piano di sopra, credo.

Lassù si trovavano tutti i grandi nomi. Gonti, Kari, Saheeli e probabilmente altre persone con nomi che non terminavano in -i. In quel momento era in modalità condottiera dei rinnegati, quindi non era proprio sua madre. È come un ingegnere che sta risolvendo un problema. Tutte le persone ai piani alti del Centro dell'Etere stavano cercando di determinare i migliori colpi bassi da infliggere ai Consoli.

Sbadiglio, perché ancora una volta non ho dormito molto. A partire dalla repressione, ogni notte è colma di fiamme e urla, incubi che mi assalivano quando ero al Torrione Keral.

Osservo Ghirapur dall'alto, cercando di accoppiare i luoghi sfuocati nella mia mente con quelli visibili di fronte a me. Sono a casa, ma qualcuno ha spostato tutto l'arredamento.

Non sono riuscita a trovare la torre serbatoio su cui mi arrampicavo. Mi ricordo che era la costruzione più alta della zona. Io e i miei amici la utilizzavamo per guardare le corse aeree. Quelle ufficiali e noiose di mezzogiorno e quelle notturne degli altri ragazzi, che urlavano per le strade fino all'arrivo dei gendarmi del traffico del Consolato. A volte scendevano in picchiata passando sopra la mia torre o la sfioravano su un lato e io dovevo reggermi forte al loro rapido passaggio.

Tutto era diventato più alto. Le bianche pareti di pietra e i piatti tetti su cui correvo erano stati superati da elementi di ottone e turchese e da strutture turbinose, tutte luccicanti e scintillanti al sole di mezzogiorno.

Il vento ha l'aroma di polvere, metallo ed etere. Lungo le strade, oltre le barricate, i panarmonici del Consolato stanno ancora strombazzando la "marcia nuziale dei gremlin" al doppio della velocità, in continuazione. La melodia è continuata tutta la notte e, dopo che la luna è tramontata, Nissa ha iniziato a urlare, tenendo le mani sulle orecchie.

Non sapevo che cosa fare. Avrei voluto aiutare, ma le mie mani non si muovevano; sventolavano intorno a lei come pavoni e io ho probabilmente detto di nuovo qualcosa di sciocco.

Jace si è seduto vicino a lei. Hanno parlato per un minuto e gli occhi di lui si sono illuminati. Lei si è raggomitolata su una pianta e non si è svegliata finché il sole non l'ha illuminata.

Mi manca mia madre.

Mi manca da molto tempo, ma ho imparato a sopportarlo. Dodici anni è un tempo lungo da trascorrere sotto forma di relitto. Sarà divertente, dato che tutti probabilmente pensano che io sia un relitto in ogni momento, ma ci sono stati due anni in cui non avevo neanche l'energia per respirare.

Ora è tornata, da qualche parte sopra di me, solo un po' più lontana. È così impegnata a combattere una guerra e io la vedo... la sento... solo quando mi copre con un lenzuolo. Probabilmente pensa che io sia addormentata, perché è così tardi quando esce dalle sue riunioni, ma io sono sempre sveglia, le do le spalle e tengo il volto nel cuscino; trattengo il fiato e attendo che lei si sieda sul bordo del lettino.

Ma lei non lo fa mai e io non posso più sopportarlo.

Voglio che mi abbracci come nell'arena. Voglio che mi parli per soli dieci minuti di qualcosa che non sia il Consolato, che appoggi le sue mani sulle mie pallide guance e che mi sgridi quando mi scotto al sole. Voglio sentire l'odore dell'olio e delle bruciature elettriche sul suo mantello. Voglio che mi faccia le trecce, come faceva prima che io mi rasassi quell'estate caldissima. Sono scesa dai travetti e mi sono voltata fiera, godendomi il vento sulla nuca, e lei si è messa a piangere. Poi ha preso le vecchie forbici di Nani Jalbala e mi ha sistemato il taglio, dicendomi poi che stavo benissimo e che sembravo un'adulta.

Voglio dirle ciò che ho fatto, ciò che sono diventata, perché lei conosce solo la Chandra che combina sempre guai.

L'ultima volta che mi ha vista, stavo combinando un altro guaio. Avevo portato i consoli da noi.

Avevo provocato la morte di papà.

Era quello ciò che avevo fatto? Mi ha dato la colpa per ciò che è successo? È per questo che non mi vuole parlare? Se io fossi lei, sarebbe così. Io do la colpa a me stessa.

Questo è ciò che mi ha mostrato il Fuoco Purificatore, su Regatha. L'ultima volta che ho avuto incubi. Ho pensato, Sono responsabile, è colpa mia, ho sbagliato e tutti sono stati uccisi a causa mia. Papà. Gli abitanti del villaggio. Mamma. Quello è stato il motivo per cui quel freddo ha smesso di bruciare. Per cui il sibilo della fiamma ha sussurrato, "Sei stata perdonata". Ma io non ho mai perdonato me stessa.

Era uno stupido fuoco. Non era sufficiente neanche per arrostire le noccioline.

Il ponte cigola dietro di me. Rumore di passi. Mi sfrego gli occhi perché... se fosse qualcuno che non conosco? O, peggio, qualcuno che conosco.

E se fosse Nissa?

Non ho pensato a ciò che ho fatto su Ravnica. Ogni volta che ci penso, mi voglio nascondere sotto un lenzuolo. Lei è stata gentile con me e io... io, è che mi stava guardando. Ho visto una parte di lei morire.

Le mie guance e la mia chioma avvampano. Estinguo le fiamme. I passi si fanno più vicini e più lenti.

Poi siamo arrivati qui, su Kaladesh, e l'unica cosa che ho fatto è stato urlarle riguardo a mia madre. Non ho pensato per un attimo a lei. Perché è venuta, dopo che l'avevo messa così a disag...

Oh, accidenti. L'ho abbracciata, mentre stavamo cercando mia madre. Due volte. Senza neanche riflettere... lo faccio mai? L'ho fatto, pur sapendo quanto le dia fastidio quando qualcuno la sfiora. Devo averle fatto venire i brividi. Sono proprio una...

"Chandra?". Una voce intensa, dal tono basso, esitante.

Oh. "Ciao Gid".

Rimane appeso alla ringhiera, a un metro di distanza, sulle sue grandi e muscolose braccia. Si piega per avere gli occhi all'altezza dei miei. "Come stai?".

Guardo fuori, verso le strade. A parte il panarmonico, tutto è vuoto e immobile. Centinaia di migliaia di persone rimangono nascoste nelle loro dimore, in attesa che i monsoni si plachino. Un caldo vento sposta la mia chioma dalla fronte. "... sto bene".

Gli sfugge un leggero suono, a metà tra una risata e un sospiro. "Chandra, è che... non sono affari miei. Lo so. Abbi pazienza. Hai avuto molti traumi. Il ritorno a casa. Tua madre in vita... è un ottimo trauma, ma ha comunque bisogno di tempo per essere assorbito. Poi l'uomo che... poi un uomo ha cercato di ucciderti. Ora la tua casa si trova nel mezzo di una guerra civile. Questo è più di quanto chiunque debba poter sopportare in due mesi".

"Quindi stai dicendo che io sono, che cosa, instabile? Questo?". Le mie mani stanno tremando? Le mie mani stanno tremando. Dannazione, fermatevi.

Sento i grandi occhi comprensivi di Gideon sulle mie spalle. La sua voce si fa ancora più sommessa. Sui ritmi frenetici della "marcia nuziale dei gremlin" brontola uno "Sto dicendo che... tu vivi le situazioni in un modo molto profondo. Questo è uno degli aspetti che io... uno degli aspetti che sono ottimi in te. Se hai bisogno di qualcuno con cui parlare, io sono qui, d'accordo? In qualsiasi momento".

Lui è così dannatamente sincero. Quando ci siamo conosciuti, mi è piaciuto questo aspetto di lui. Dopo che ho finito di essere arrabbiata con lui, per lo meno. Un sincero, dispotico, gentile, moralizzatore, premuroso, scocciante e adorabile troglodita. Con muscoli in ogni parte potenzialmente interessante. E occhi di un milione di colori, come un panorama di... qualche artista davvero bravo nel realizzarli. E anche addominali su cui poter grattugiare il formaggio e che, per quanto ne sa lui, non ho pensato di accarezzare per circa sei mesi.

Sembra tantissimo tempo fa. Avevo davvero solo diciannove anni? Ero una ragazzina? Chissà quanti anni aveva lui. O quanti ne ha adesso. Uno dei due andrebbe bene. So fare i conti; mia madre è un ingegnere.

Sbadiglio di nuovo, così forte che i miei occhi lacrimano. Non so perché ho detto "Gid, ti ricordi quando ci siamo incontrati?" e l'ho guardato di lato, attraverso le ciocche che scendevano sul volto.

Lui alza lo sguardo e apre la bocca per rispondere, poi si ferma e scuote la testa. "... molto bene".

"Ci stavo pensando, ultimamente".

Guarda fuori, verso le strade. "Come mai?".

"Ho sognato di nuovo". Guardo lontano, contro il vento, che punge i miei occhi.

Lui inspira e cerca di far sembrare la conversazione disinvolta. "Capisco". Rimane appeso in modo sgraziato alla ringhiera e si gratta la barba. "Come quella volta in cui...?".

"Su Diraden. Sì". Diraden, dove la notte era eterna e abbiamo dormito in un lettino cadente che aveva l'odore di muffa, in un villaggio putrescente e pieno di persone strambe. Mi sono svegliata tutta sudata e a denti stretti, in modo da non urlare per un altro sogno di Bunarat che bruciava. Le sue grandi braccia si sono strette intorno a me, riportandomi in quell'orribile presente, lontano da quel passato da incubo, e non mi hanno lasciata finché non ho smesso di tremare.

"Mi dispiace", dice gentilmente, arrossendo. "Non avrei dovuto farlo. Non senza chiedere prima. Mi ero appena svegliato e tu... stavi male".

"Sì, stavo male". Colpisco il suo braccio con un pugno. Forse è più un colpetto. Un po' più forte di una carezza. "Se non mi fosse andato bene, stai sicuro che te lo avrei detto. Poi ti avrei dato fuoco".

"Mi chiedevo perché sembrassi stanca, ultimamente". Gratta la vernice che si sta sfibrando sulla ringhiera. Un filamento si stacca e vola via nel vento. "Mi hai detto che vieni da un luogo in cui la magia, soprattutto la magia del fuoco, era illegale. Che la tua famiglia ha cercato di nasconderlo. Che eri responsabile di un incendio a un villaggio e della morte dei tuoi genitori". Va alla ricerca delle parole. "Hai confessato... un lato della verità".

La mia mente ritrova vecchi ricordi, sbiaditi e pieni di lacune. Una cella oscura, illuminata da una luce scintillante di magie che mi impedivano di utilizzare le mie. Stai affrontando le azioni che hai compiuto, disse, e stai accettando il peso della responsabilità. Senza menzogne o scuse. Che cosa hai fatto che ti ha lasciato questo grande peso?

Per un breve istante, ritorno in quella cella e mi sento male, afflitta. Mi chiedo se ci sia un secchio in cui vomitare e, se non c'è, dove potrei girarmi per non prendere le sue scarpe?

"Non ti conoscevo, Gid. Non abbastanza, non a quel tempo. Tutto ciò che ho detto è stato la verità, anche se non era tutta la verità. Ti ho raccontato le parti importanti. Il fuoco. Le urla e... e gli odori e le sensazioni. Il fatto che fosse colpa mia. Il... il modo in cui li ho uccisi". Mi schiarisco la gola per celare l'indecisione della mia voce, che lui ha probabilmente notato ma non lo direbbe mai, perché Gideon è fatto così. Mi strofino sotto il naso con una mano tremante, annuso e ripulisco il mio scialle.

Lui sospira e fa scorrere la sua mano sulla ringhiera, vicino alla mia. Non si toccano. Solo... un'offerta. Una parte di me vorrebbe afferrarla e stringerla. "Allora", dice, "ciò che hai ammesso dovrebbe essere sufficiente. Il Fuoco Purificatore voleva che tu accettassi la tua responsabilità. Non ogni singolo dettaglio". Fa una pausa. "Per lo meno, questo è ciò che mi hanno detto. Non ci sono passato attraverso come hai fatto tu".

Sorrido e, con una mano, gli scompiglio i capelli. Devo alzarmi in punta di piedi per arrivarci e, in effetti, non è facile con gli stivali in armatura. "Un bravo ragazzo come te non avrebbe nulla di cui preoccuparsi".

Le sue braccia si tendono. "Vorrei che fosse vero". Mi osserva e poi scosta lo sguardo, come un cucciolo timido. "Sono responsabile di situazioni a cui non posso porre rimedio".

La mia mano torna sotto il mio naso e io faccio finta di trattenere uno starnuto. Le mie dita hanno l'odore dei suoi capelli. L'odore di erbe che non crescono in questo luogo. È questo l'aroma del vento su Theros?

"Ho distrutto un museo", dico impulsivamente. CHE COSA?

Si volta di nuovo verso di me, con gli occhi spalancati. “Come?”.

Continua, Chandra. "Non volevo! Quando ci siamo incontrati. Su Kephalai. Ricordi? Il luogo sacro delle stelle. Quando stavo cercando di trafugare la pergamena del drago? Mi hai arrestata. Prigione, tipi con la testa da serpente, quella roba".

Sussulta.

Aspetta, no, direzione sbagliata, fai tornare indietro il tottero. ACCIDENTI! "Avevi ragione. Quando hai detto che stavo facendo del male a degli innocenti. Io... io non conosco le guardie. Io non ho fiducia nelle guardie. Non più, forse mai più. Ma quel luogo sacro era pieno di persone e...".

Quando le pareti sono crollate, ho pensato a tutte le persone che avevo visto dentro. Le nonne che indicavano gli oggetti e i messaggi, mi ricordo, in quel periodo, ora c'è una vecchia storia divertente, esattamente nello stesso modo della Signora Pashiri, e i ragazzini che alzavano gli occhi al cielo, facevano strisciare le loro scarpe e cercavano un posto dove fuggire, un posto non impolverato o smunto, bensì pieno di luce e oggetti impossibili. Le pietre sono crollate su di loro. Per colpa mia. Non che io lo volessi, ma è stata colpa mia. Un altro casino.

Penso di essere rimasta in silenzio troppo a lungo, dato che ha fatto un passo verso di me. "Chandra". Questa volta appoggia la sua mano sulla mia. È calda e asciutta, indurita da vecchi calli. "Non era tua intenzione".

"Ma l'ho fatto, Gid. Ci sono momenti in cui mi siedo nella vasca da bagno e i ricordi mi investono come se fossero usciti dal nulla. Mi vengono i brividi e mi dico 'stupida', ad alta voce, e poi affondo nell'acqua. E, uhm, a quel punto il bagno diventa una sauna...". Quando è stata l'ultima volta che ho fatto un bagno? Dopo le ultime settimane, credo di aver l'odore di un fabbro goblin. "Tu, tra tutti...".

"Lo so". Ritira la mano e se la passa tra i capelli, risistemando le ciocche che ho lasciato sollevate. Sono tentata di arruffargliele di nuovo. "Chandra, non avevi pensato a loro in quel momento. Ora sì. Il fatto che tu abbia dei rimorsi ora... è un segno di crescita. E del fatto che tu sia una persona buona. Nel profondo".

Mi volto e cammino sul ponte. Vicino alle scale si trova un gelsomino ornamentale in un vaso, in piena fioritura. Ne stacco un petalo bianco e me lo passo tra le dita. "È un segno che faccio sempre un casino, Gid".

Inspira e sussulta di nuovo. "Qualche volta", dice, "sì. Mi spiace. Ma tu sei sempre... fai sempre del tuo meglio. A volte non basta, ma è importante. Significa che puoi rimediare".

Le mie labbra si incurvano. I petali sfuggono alle mie dita e vengono trasportati dal vento. "In ogni caso... il mio discorso è che, qualsiasi cosa tu abbia fatto, non può essere grave come tutto ciò che ho fatto io e, se il Fuoco Purificatore ha permesso a una come me di attraversarlo, uno come te... uno che riflette sulle proprie azioni, ecco, al minimo dettaglio... non avrebbe alcun problema e, se non si comprende che è assolutamente un fuoco stupido, sono contenta di averlo superato". Le parole smettono di fluire e respiro.

Mi osserva dubbioso. "Era questo il tuo discorso?".

"Forse non lo era quando ho iniziato a parlare, ma lo è adesso". Incrocio le braccia al petto e fingo una faccia corrucciata. "Ti senti meglio oppure no?".

Gid sbatte le palpebre. Poi ride, in modo ampio e profondo. "In realtà sì, grazie". Fa un passo indietro e osserva la torre. "Devo tornare di sopra. Vedere come procedono le difese. Se hai bisogno, chiedi, d'accordo?".

Oath of Gideon
Giuramento di Gideon | Illustrazione di Wesley Burt

Ho bisogno di mia madre. Ho bisogno di sedermi di fianco a lei, sentire il suo braccio e la sua spalla e il suo fianco contro di me, mentre mangia con una mano sola e scribacchia equazioni. Ho bisogno di mangiare la thepla di methi che ha preparato solo per noi, anche se è sempre bruciacchiata. Ho bisogno di appoggiare la mia testa sulla sua spalla. Ho bisogno di sentire le sue braccia intorno a me, perché è passato tantissimo tempo.

Lui è a cinque passi da me, quando lo chiamo da sopra la ringhiera, "Aspetta! È sciocco, ma ho bisogno di... di un abbraccio. Se non ti dispiace. Lo so, è strano. Stavo pensando al fatto che io non abbia avuto tempo per me e mia madre, neanche dieci minuti, e...".

"Chandra".

"Non c'è nulla da spiegare. Gli abbracci sono personali, vero? Voglio dire, mi hai salvato la vita e tutto quanto, ma non è come un abbraccio. Chiunque salverebbe chiunque altro, è ciò che facciamo. Magari non vale per Lili. E, comunque, ti ho coperto le spalle, quindi non conta neanche...".

"Chandra".

"Lo so che non è normale chiedere un abbraccio. Di solito si offrono. C'è quel momento in cui guardo qualcuno ed è come una specie di gravità. È come se io capissi, ma non capisco... mi capisci? Scusa. Questo è tutto strano e...".

"Chandra".

Sto tremando di nuovo? Stringo le dita che tremano. Accidenti, Chandra! Deglutisco, mi asciugo gli occhi e mi volto. Lui è di fronte a me, con le braccia spalancate e un sorriso. Le sue dita fanno segno forza, vieni, sciocca.

D'accordo. Posso farcela. Cammina lentamente, come se niente fosse accidenti sono già avvinghiata a lui, con le mie braccia intorno alla sua vita. Sono completamente sicura di non aver corso, quindi non ditemi che la magia di teletrasporto non esiste.

Lui è così grande. La mia testa si infila sotto il suo mento. Ha un aroma di sudore e olio, la sporcizia di una lunga giornata a sollevare oggetti.

Mi nascondo tra le sue braccia come un cucciolo, appoggio la mia guancia sul suo petto e chiudo gli occhi. Il suo cuore batte proprio di fianco al mio orecchio. Lui si avvolge completamente intorno a me, con la sua armatura, e sento il suo respiro sulla mia chioma.

È passato tanto tempo dall'ultima volta che qualcuno mi ha stretta così. Se Gid lo avesse fatto quattro anni fa, mi avrebbe fatto venire i brividi ovunque. Ora mi sento semplicemente...

... al sicuro.

Odo un leggero sferragliare di porcellana.

Apro un occhio e sbircio sopra un bicipite e vedo ACCIDENTI.

Cerco di spingere via Gid, ma è così grosso che invece barcollo all'indietro. Spalanca la bocca e fa un passo all'indietro, guardandomi con angoscia. Oh, no, Gid, non hai fatto nulla...

"Non era mia intenzione disturbarvi".

Nissa posa un piatto di melanzane e patate con curry su una delle panche, con gli occhi bassi, attenta e con le lunghe dita sulle porcellane e sull'acciaio. Sotto un braccio tiene un mango enorme e perfettamente maturo. Le sue trecce oscillano al vento.

"Nessun disturbo". Afferro la ringhiera e mi raddrizzo. "Stavamo solo parlando e...".

"Allora non fate caso a me". Rimuove lo stelo del mango... lo stava facendo crescere dai suoi vestiti?... e lo posa di fianco al piatto. "Ho portato questo, nel caso foste affamati". Si raddrizza e guarda proprio verso di me, tranquilla e con le dita intrecciate. Un milione di anni di verde sospeso.

SBATTI LE PALPEBRE. RESPIRA. Non combinare guai. Una semplice conversazione.

"Gid è venuto a vedere come stavo e abbiamo iniziato a chiacchierare, poi c'è stata quella volta in cui mi ha fatto arrestare per aver fatto esplodere un museo..." STAI FACENDO CASINO "... ma in realtà non voleva e siamo finiti su un piano su cui abbiamo combattuto questa spaventosa vampira gentil-donna e poi stavo pensando a mia madre e...".

Abbassa lo sguardo e le trecce scendono davanti ai suoi occhi. "Dimmelo più tardi, se desideri. Scusate". Si volta, contornata da gelsomino ornamentale. Tutti i boccioli sono stretti, chiusi e verdi.

Come è possibile che io continui a fare casino? Innistrad che esplode? Ottimo lavoro, grazie. Una chiacchierata con Nissa? Un disastro.

Non può essere una mia mano appoggiata alla sua spalla, che la fa sussultare, perché lo so, vero? "Non... non andare", balbetto. "Ma... sei agitata. Io ti ho agitata".

"No?", dice in modo timido, provando l'effetto della parola. "No. C'è... molto che non riesco a comprendere. Ma non sono agitata a causa tua. Credimi".

Solleva una mano e toglie delicatamente le mie dita ardenti dalla sua spalla. Le sue sono fresche e hanno l'odore di frutti d'estate, falò del tramonto e pioggia del crepuscolo. O forse sono solo io che lo immagino. "Non devi porti problemi".

"CHANDRA NALAAR!".

Il modo in cui saltiamo è probabilmente molto divertente.

Dovrei preoccuparmi di più del mio modo di mettere a disagio Nissa accarezzando il suo braccio, ma sono troppo impegnata a proteggere Ghirapur, perché la "marcia nuziale dei gremlin" è finalmente terminata e conosco quella voce.

"So che mi senti". Un profondo e roco sussurro, amplificato e piatto, che risuona dalla pietra e dall'acciaio intorno a noi.

"Chi è?". Gid. Mette la sua spalla davanti a me, accigliandosi ai tetti scintillanti. Le sue spade saettanti spuntano fuori.

Cerco di dire "Baral", ma la mia gola è piena di acqua sporca.

"Mi stavo chiedendo una cosa. Hai raccontato ai tuoi amici la storia? Di come hai fatto morire tuo padre? Di come hai fatto rinchiudere tua madre in una cella per cinque... lunghi... anni?".

Tutto diventa bianco. Scintille sprizzano dai miei occhi. Non mi interessa.

"Io e mia madre abbiamo parlato tutti i giorni. Sì, lo abbiamo fatto. Le ho ricordato tutto ciò che hai fatto. Ogni giorno. Te lo ha detto?".

Mamma?

"Forse si vergognava troppo".

No!

"Alcuni giorni piangeva. Quando le ho detto come tuo padre è stato investito dalle fiamme. Come è morto urlando, con la pelle carbonizzata e crepitante. Come è morto maledicendoti".

"QUESTA È UNA MENZOGNA!". La voce è acuta e lacerata. La voce di una ragazzina di undici anni.

Gideon urla dall'alto della torre. Qualcosa riguardo a totteri o qualcosa di simile, non so. Sopra la mia testa schioccano dei lampi e delle nuvolette di polvere si sollevano dai tetti dall'altro lato della strada.

Baral ride. "Quel giorno sono morte così tante persone, piccolo mostro".

"Lo ucciderò. Lo brucerò". Le parole sibilano attraverso i denti stretti, cadendo come stelle dai miei occhi.

Exquisite Firecraft
Piroarte Raffinata | Illustrazione di Chase Stone

"Questo è ciò che vuole". È l'unica cosa che riesco a sentire oltre al tuono del cuore è Nissa. Perché è ancora qui? Perché rimane?

"Non posso lasciarlo andare". Le mie mani sono incasinate, brillanti, avvolte dalle fiamme. "Non mi fermare. Non posso lasciarlo...".

Con la coda dell'occhio vedo la sua mano che si muove sopra il mio braccio, senza toccarmi.

"Lo so", dice. "Sarò al tuo fianco".


Gideon ruggì verso i piani superiori, "Tutti all'erta! Potrebbe essere una manovra diversiva!". Strizzò gli occhi al sole di mezzogiorno e vide i gesti di conferma. Si voltò. "Chandra...".

Svanita.

Più forte del raglio di una risata amplificata, udì il tuono degli stivali di lei su per le scale, l'urlo del metallo che batte sul metallo quando lei scivola nelle curve percorse troppo velocemente, con le imprecazioni che riecheggiano.

"Avresti dovuto fermarla!". Scattò verso la ringhiera e si sporse.

Nissa era sulle scale che scendevano, con un piede a mezz'aria per la sua frase. "Perché?", chiese lei.

Lui strinse i pugni. "Per questo... potrebbe farsi uccidere. Sfidarla così? La sta attirando in un'imboscata. Lei non riflette, si fa guidare solo dalle emozioni, siamo noi quelli che dovrebbero...". Il suo stomaco si strinse, ghiacciato, come sospeso durante una caduta libera. Perché non era ancora corso giù per le scale?

Nissa piegò la testa di lato. "Questa è lei, Gideon".

Molto sotto di loro, un colpo di tremolante fiamma rossa fuoriuscì dal Centro, facendogli risalire il cuore in gola per alcuni lunghi momenti. Rotolò sul tetto vicino e si rialzò in piedi, lanciando altre imprecazioni.

"Jura!", udì una voce dall'alto, impercettibile nel vento. "I meccatitani stanno avanzando verso le nostre linee!".

"Io...". Stava seguendo lei. Vero?

Strizzò gli occhi e inspirò la calda aria di mezzogiorno attraverso le narici, lentamente, concentrandosi sugli odori di olio e fumo. Il leggero lamento dell'uomo all'altoparlante svanì. Un tremore salì dai suoi piedi, mentre un rombo risuonò in lontananza.

Prima o poi arriva un momento, ragazzo, la voce di Hixus riecheggiò dal lontano passato, nel quale devi compiere una scelta tra ciò che desideri proteggere e ciò che hai bisogno di proteggere.

Aprì gli occhi, fissò lo sguardo sugli occhi infiniti di Nissa ed espirò con la bocca, spingendo l'aria a formare parole che suonassero come "Proteggila". Lei annuì e scomparve.

Salì di corsa le scale e cercò di non pensare agli effimeri istanti in cui aveva avuto il privilegio di tenere sul suo petto un microscopico, esasperante e prezioso sole.


Al suo atterraggio, gli stivali di Baral si conficcarono nel manto stradale, togliendogli l'aria dai polmoni. Dopo pochi secondi era già in piedi e stava correndo. Tutto stava andando come previsto.

Stava però già rallentando. Ansimante, con un respiro che dava l'idea di una manciata di aghi che si muovevano nei suoi polmoni. Non aveva mai dovuto correre con quell'armatura. Per lo meno, mai per più di poche decine di passi. Solo il necessario per arrivare a contatto con gli aspiranti maghi che pensavano che le loro abilità potessero offrire loro un vantaggio sul raggio d'azione.

Era vecchio. Pesante. Lento.

Non aveva più ritrovato la sensibilità nel braccio sinistro. Rimaneva appeso lungo il suo fianco e, dopo anni di dolorosi sforzi, era riuscito a muoverlo di nuovo. Ma non era mai sicuro di stringere sufficientemente un'arma o un cucchiaio. Una volta, durante un inverno, la sua manica aveva preso fuoco perché era troppo vicino al riscaldatore degli alloggiamenti dei soldati. Tutto ciò che poté fare fu ridere, mentre la carne già rovinata diventava bruciacchiata e puzzolente. Era troppo buffo per non riderci sopra. Aveva anche indossato il casco meno di quanto facesse prima, negli anni dopo che il mostro gli aveva bruciato metà del volto. Era diventato un altro metodo per intimidire i suoi avversari, un motivo per i maghi che fronteggiava per fuggire.

Lei era stata la sua rovina.

Baral percorse con passi pesanti i vicoli... sinistra, destra, di nuovo sinistra... nell'ordine che Baan aveva ripetuto tantissime volte durante il volo. Intorno a lui, gli edifici non erano più nuovi e splendenti, bensì lasciati a un lento decadimento in ghiaia e polvere. Il sudore invase il suo collo e il caldo respiro rese pesante l'aria dentro il suo casco.

Dietro di lui, la ragazza Nalaar era furiosa e imprecava oscenità che risuonavano sulle pareti di pietra dei vicoli.

Ghignò. Lei era più alta di quanto lui si ricordasse, ma non sembrava che fosse cresciuto anche il suo cervello. Sempre con il desiderio di urlare e tirare pugni, quando rimanere quieta sarebbe più saggio. Caduta da una trappola all'altra fin dal suo ritorno a casa. Questo è il motivo per cui lui sarebbe uscito vincitore.

Questo è il motivo per cui l'avrebbe distrutta.

Il luogo era stato un suggerimento di Baan. Un labirinto di edifici in pietra di vecchia costruzione lungo il fiume, spoglio e secco da tempo. Nulla di infiammabile da nessuna parte.

Girò un angolo, sollevò la maglia di filigrana del casco e ruggì dietro di sé, "Per tutto quel tempo, tua madre ha sofferto. Pensando che tu fossi morta".

Lei girò intorno all'angolo lontano, avvolta da un'aureola cremisi, come una cometa. Le labbra si aprirono per rivelare i denti, aprì le dita, allungò le braccia e spinse.

L'aria tra loro si incendiò, con un ruggito risucchiante tale che lui dovette reggersi per non crollare a terra dall'impulso. Un'ondata di fuoco bianco-dorato si propagò verso di lui come l'Espresso di Aradara.

Lui sollevò una mano, con le dita tese a formare una corona di un freddo blu e fece evaporare le fiamme con un gesto sprezzante. Braci solitarie rotolarono lungo la strada, senza trovare nulla da ardere tra la polvere e le pietre.

"E cosa stavi facendo tu mentre lei marciva?", disse lui sogghignando. "Ti stavi godendo la vita?". Lui si accovacciò dietro l'angolo, mentre lei barcollò e imprecò, con scintille che sprizzavano dalla sua chioma ardente.

Un'acuta e leggera risata di esultanza salì dal profondo dello stomaco di lui, che corse via, facendo attenzione a nasconderla. Aveva trascorso trenta anni a sopprimere le sensazioni che cercavano di farsi strada in lui.

L'aria risuonò per il turbinio delle ali dei totteri. Erano quasi giunti nel luogo previsto. La sua squadra avrebbe circondato il mostro, pronta a...

Girò intorno all'angolo successivo e si fermò.

La strada era bloccata da una parete di rovi rossi e neri, con spine ricurve e foglie di color smeraldo.

Questo... non c'era.

Si voltò appena in tempo per bloccare la ragazza con un colpo allo stomaco con i suoi stivali corazzati. Lei si piegò in due, assalita da conati di vomito.

Lui barcollò all'indietro e sguainò la spada, mentre lei vomitava nella polvere. Le fiamme che la circondavano si ravvivarono di un colore giallo e lui si lanciò all'assalto, brandendo la lama.

Lei si fece scudo con il suo avambraccio protetto dall'armatura e il contatto tra metallo e metallo generò un mare di scintille.

Il braccio sinistro di lei, avvolto dalle fiamme, cercò di colpire... ma mancò il bersaglio.

Lui si mise quasi a ridere.

Lei sputò bile sul terreno e abbassò la spalla sinistra, per poi affondare un colpo nel petto. Qualcosa esplose. Lei ansimò.

Lui barcollò all'indietro, avvolto da un furioso calore.

Ha infiammato i rovi!

Con il suo braccio sinistro inerme, lui si tolse il mantello in fiamme dalla spalla e lo fece cadere a terra.

Lui aveva bisogno di aggirarla. Lei non era in grado di spingerlo di nuovo tra le fiamme.

Il ronzio del tottero sollevò i sassolini del vecchio manto stradale. "Capo!", chiamò una voce tra il frastuono, piatta e leggera, con un'amplificazione meccanica.

La ragazza strinse i denti, le scintille turbinarono dai suoi occhi e si voltò per colpirlo con il braccio sinistro... ma ansimò e il suo sguardo divenne di dolore. Il braccio ciondolò inerme su un fianco.

L'occasione.

Lui fece roteare la spada nella corona di lei, per colpirle il braccio. Lei si mosse all'indietro, in modo eccessivo. Non era una combattente addestrata. Solo una ragazzina infuriata.

Una torbida palla di fuoco prese vita intorno al suo pugno destro e... crollò pesantemente, con l'arto che la tirava verso la polvere.

Lui sapeva come l'equilibrio veniva influenzato da un arto che non si muoveva. Lo sapeva molto bene.

Le ombre tremolanti delle ali del tottero passarono su di lui, che alzò la spada. Il metallo era stato forgiato per resistere al calore, ma la fiamma giallo-bianca della ragazza l'aveva già resa splendente e deforme. La lama si abbassò, verso il collo di lei.

Art by Min Yum
Illustrazione di Min Yum

La discesa del suo braccio venne bloccata di colpo.

Lo guardò... avvolto in un rovo in fiamme?... l'errore che le serviva. Il fuoco nel cuore di lei si scatenò, con lingue di fiamme lungo la sua armatura e attraverso la maschera.

Uscì fumo e lui tossì. In base all'odore nel suo casco, aveva appena perso anche l'altro sopracciglio. La ragazza si stava muovendo a fatica sulla schiena, in preda al dolore, trascinando il braccio ferito. Al di sopra, la squadra di totteri virò, disegnando un arco di bianco vapore nel cielo azzurro.

Un trio di rovi sbucò dalle strade vicine, in una pioggia di detriti. Volteggiarono intorno alla cabina di trasporto e avvinghiarono una delle ali. L'apparecchio perse l'equilibrio, con il motore che continuava a ruggire, e si schiantò sulla parete di un edificio.

Lui si coprì il volto dalla vista dell'esplosione. L'edificio collassò su se stesso, sollevando una nube di polvere, che sbatacchiò sulla sua armatura.

Il suo sguardo andò ai tetti. Eccola!

"Duecento metri a sud!", ruggì Baral nel frastuono, indicando una figura. "L'elfa è sul tetto!".

Il secondo tottero virò e scatenò un'immediata scarica elettrica. Il tuono rimbombò nella città.

Una parete di terra nera e di vegetazione si sollevò di fronte all'elfa, formando gigantesche mani di legno e terriccio intorno a lei. I proiettili vennero dissipati. La vegetazione salì e diede vita a una mostruosità con quattro zampe, che si accovacciò a protezione della sua padrona.

Ruggendo, la bestia elementale si lanciò verso il tottero. L'elfa atterrò leggiadra sulla strada e scattò verso la ragazza Nalaar. Lei si era rialzata a fatica in piedi, con la chioma rossa spenta dalla pallida polvere e le guance rigate dalle lacrime. Non sapeva dire se fossero lacrime di dolore o di rabbia. Non era ciò che contava.

La trappola non aveva avuto effetto. Se non ci fosse stata l'elfa, sarebbe riuscito a... non c'era tempo per questo. Fece un gesto all'ultimo tottero e slacciò la sua lama collegata al guanto, per scagliarla ciecamente contro le due donne.

Il tottero scese fino alla strada, sollevando una tempesta di pallido gesso.

Si preparò e lanciò il suo tirante. Baan uscì dalla cabina, accigliandosi per la situazione, poi scattò all'indietro quando l'uncino di Baral sbatté contro la struttura dell'ascensore.

L'elfa aveva raggiunto la ragazza, che barcollò verso di lei, senza fiato. “Non riesco a muovere il braccio, non riesco a muovere il braccio!", ansimò, con gli occhi spalancati.

"Va tutto bene", la rassicurò l'elfa, passandole le mani sulla spalla. "È solo dislocata. Lascia che...".

Il gancio si fissò e lo sollevò, mentre la ragazza Nalaar urlava di dolore.

Baral entrò nella cabina e il pilota fece sollevare il velivolo. "Voglio un meccatitano sull'elfa. Subito!", scattò.

Gli occhi di Baan furono su di lui. Afferrò una lama di sostituzione dalla rastrelliera e la agganciò rapidamente, con un gesto istintivo che compiva ogni giorno. Quando lo avrebbe imparato? "Capo Baral", urlò più forte del frastuono del motore, "non siamo autorizzati a...".

"Dobbiamo schiacciarle", ringhiò. Agganciò la sua mano sinistra cadente al supporto sul soffitto e si sporse all'esterno per guardare indietro. L'altro tottero si stava sollevando, piegato in avanti per l'accelerazione...

L'elementale dell'elfa balzò dalla strada e lo afferrò in volo.

Imprecò all'esplosione. Essere maledetto! "Che il Torrenziale ti possa sciogliere...".

"Noi siamo una manovra diversiva!", insistette Baan.

Rientrò e, a denti stretti, si avvicinò minacciosamente al Ministro. Baan lo osservò con atteggiamento tranquillo. "Non hai alcuna sensibilità nel braccio sinistro. Ho individuato tre modi per sfruttare questo fatto per bloccare ogni tuo movimento".

Si guardarono dritti negli occhi per alcuni lunghi istanti.

"Ora anche un quarto", aggiunse Baan.

"D'accordo", ringhiò Baral.

Batté sulla spalla del pilota e fece un gesto circolare con la mano. Mentre il tottero virava, afferrò un megafono dallo scaffale delle apparecchiature e si avvicinò al portellone.

La ragazza Nalaar alzò lo sguardo e si passò una mano sugli occhi alla luce del rovente muro di rovi. L'elfa era al suo fianco e teneva una mano sulla spalla infortunata.

"Lei lo sa, piccola piromante?", ruggì verso di loro. "Glielo hai confessato? Le hai detto del villaggio che è bruciato a causa tua? Le hai detto delle urla dei bambini?".

Il mostro urlò, con una voce acuta e inarticolata e la chioma in fiamme. Un'ondata di bianca fiamma si propagò verso l'alto.

Il tottero non riuscì a schivarla in tempo.

Lui sollevò una mano e afferrò le lingue della fiamma. Le sue dita affondarono nella trama, strinsero e la sciolsero. Le fiamme si sparpagliarono, impotenti.

Di fianco a lui, Baan si irrigidì.

La ragazza strillò delle imprecazioni verso di loro, con costellazioni di scintille che sprizzavano dagli occhi.

Baan si portò il megafono alle labbra. "Quei dispositivi sono certificati solo per l'utilizzo esterno. Un malfunzionamento potrebbe ferire in modo grave...".

Lei fece un gesto empatico verso di lui.

"Il mio interesse è solo la sicurezza di tutti i cittadini", disse Baan con aria imbronciata.

Baral strappò il megafono dalle mani del Ministro. Si mise a ruotare. "Lei è stata manovrata. Portami in un luogo visibile dal Centro dell'Etere". Ghignò. "In un luogo da cui possiamo attirare anche mammina".

Baan mantenne per un istante il suo sguardo indagatore su di lui, poi lo rivolse all'esterno della cabina, mentre si sollevavano dalla strada. "La prossima fase dell'operazione ha avuto inizio".

Baral seguì il suo sguardo. Alti sopra di loro, piccoli puntini neri si stavano sollevando dai ponti della Sovrana Celeste.


Gideon spinse l'uomo anziano ed ebbe appena il tempo per alzare lo sguardo, prima che l'enorme piede gli schiacciasse la testa.

Oscurità.

Stridio. Metallo contro metallo, vibrazioni attraverso ghiaia e polvere.

Luce del sole, filtrata da granelli di polvere in movimento.

Si alzò, afferrò i bordi in frantumi del manto stradale e si sollevò dal foro. L'uomo anziano, che era rotolato sul lato della strada, lo guardò a bocca aperta. Gideon gli offrì un sorriso rassicurante e si tolse la polvere dai capelli con una mano. "Va tutto bene", disse con un tono forzatamente sereno. "Sono indistruttibile". Il terreno tremò di nuovo, al passo successivo del meccatitano. Avrebbe dovuto ringraziare Nissa per i loro addestramenti su Ravnica.

Nissa. Chandra. Dove erano finite?

Non c'era tempo per pensarci. In piedi, oplita. Analizza la situazione. Continua ad agire. Prendi l'iniziativa.

Si rialzò vacillando, con la polvere che cadeva dai vestiti, e si sollevò dall'orlo del cratere a forma di piede che il meccatitano aveva lasciato nel manto stradale. Un'ondata di aria lo spinse in avanti, per effetto del movimento ad arco del braccio-martello sopra il suo capo, con il quale colpì una navetta ruotacelere e la fece rotolare lungo la strada. Da entrambi lati delle barricate improvvisate saltarono fuori delle figure. Il veicolo da pattuglia si scontrò con l'ostacolo, in uno stridio di metallo che si contorceva e rimbalzava sulla strada, tra frammenti di ottone e cristallo.

Bene, oplita, sembra che ci sia un gigantesco uomo meccanico che va in giro per le strade a colpire i veicoli parcheggiati e a scagliarli contro le posizioni dei rinnegati. In avvicinamento vi sono altri quattro giganti. Tre da questo lato e due dall'altro. Non sai però dove si trovano esattamente. Le strade della città sono come dei canyon e tu ti trovi sul fondo di uno di essi. Tatticamente, nella posizione peggiore. Acqua e fuoco scorrono verso valle.

Che cosa fai, Gideon? Cinque vite sono in gioco e tu ti trovi all'aperto, come un ragazzino al suo primo incontro.

Per prima cosa, devi comprendere ciò che sta succedendo.

Avrebbe avuto bisogno di un punto di osservazione più in alto. Ci avrebbe messo troppo per salire su un tetto. Le prime linee si sarebbero mosse. Se Ajani fosse qui, lui riuscirebbe a...

Concentrati su ciò che è possibile.

Il meccatitano era la prima linea e torreggiava sui tetti. Corse verso di esso, valutando con attenzione i sussulti dei suoi passi pesanti. Vi erano dei pioli che salivano su una delle sue gambe, per la manutenzione e le ispezioni.

Puntò uno di quei pioli, saltò...

...... lo mancò...

... ed ebbe appena il tempo di afferrare quello inferiore, con le dita che splendevano di un colore dorato per il dolore.

La gamba del meccatitano oscillò in avanti, lasciandolo ciondolante a mezz'aria, con i piedi che si trascinavano nella polvere.

Jace avrebbe preparato un piano migliore. Chandra avrebbe potuto inventarsi un piano migliore.

Con pesanti cigolii, il meccatitano appoggiò il suo peso sulla gamba. Si piegò sotto di lui. Ebbe appena il tempo di appoggiare i piedi.

Fece uno scatto per raggiungere la cintura della macchina, fermandosi solo una volta per tenersi avvinghiato mentre l'imponente gamba si spostava da sotto di lui.

Quattro strade più a sinistra, un meccatitano a due teste e con tubazioni al posto delle braccia stava investendo un gruppo di rinnegati con i suoi getti d'acqua. Un'onda di ispettori senza volto e in armatura lo seguiva, circondando i protestanti che venivano scagliati a terra, con i manganelli che si alzavano e si abbattevano su di loro con un entusiasmo solo in parte trattenuto. Corpi disorientati e insanguinati venivano spinti verso i furgoni da trasporto prigionieri.

Art by Daarken
Illustrazione di Daarken

Un gruppo di tre rinnegati si arrampicò su un tetto al passaggio dell'acqua del meccatitano. Prepararono frettolosamente un dispositivo tubolare su un tripode al bordo del tetto. Con un colpo smorzato, spinse una lancia attraverso il braccio del nemico. Durante un istante di esitazione, l'operatore del meccatitano sollevò il braccio per analizzare il danno.

Il braccio si aprì e l'acqua fluì in ogni direzione. I manovratori dell'arpione si allontanarono.

Da oltre le linee dei rinnegati che stavano collassando, Gideon poté vedere gli altri due meccatitani, molto più vicini di quanto avrebbe voluto, figure con punti in grado di emettere esplosioni, fulmini e getti di fiamma. Mentre osservava, un tottero adornato del colore blu dei rinnegati virò verso uno di loro e si schiantò contro il meccanismo della spalla. Le braccia del mostro si bloccarono a metà del movimento. Sul pilota del tottero non ci furono segni.

Un insetto gigantesco atterrò sulla spalla di Gideon.

Quasi cadde dalla scala prima di comprendere che era lavorato con ottone e seta colorata. "Ciao!", una leggera voce femminile si udì da esso. "Tu sei il 'muscoloso', vero?".

"Uh...".

"Il 'gatto bianco' ha detto che non era il tuo nome in codice, ma la 'regina della notte' è stata decisamente insistente sul fatto che lo fosse".

Osservò oltre l'insetto di metallo. Molto più in basso, un'elfa dalla pelle scura faceva cenni dalla strada, con le mani sopra le labbra e una identica farfalla di metallo agganciata al polso. Indicava verso di essa, muovendo le labbra.

"Parla con il signor ondeggiante", risuonò la sua farfalla, con uno schiocco.

"Sì?", disse timidamente, rispondendo con un gesto a quello di lei. L'insetto di metallo dondolò le sue antenne.

"Sì, salve! Chiamami 'Lamadombra'. Senza apostrofo, grazie mille". Gideon era ancora agganciato alla vita del gigante meccanico e questa conversazione era rapidamente diventata la situazione più surreale che gli era capitata quel giorno. "In assenza del 'ragazzino con il cappuccio', mi occupo io delle comunicazioni".

"Dov'è Liliana?", chiese lui alla farfalla.

"Regina delle notte", disse la voce di Lamadombra con decisione.

Tre strade più a destra, uno degli altri meccatitani vacillò. L'albero vivente che formava la sua spina dorsale si avvizzì e divenne nero. Una immediata crescita di funghi ne ricoprì la corteccia.

"Lascia stare", disse. "L'ho trovata".

La macchina cadde su un ginocchio, piegandosi come un orso ferito mentre il legno continuava a putrefarsi. Il metallo non più sostenuto si piegò su se stesso. Un liquido salmastro uscì da ogni giunzione.

Liliana apparve su un tetto, con un movimento appariscente di seta nera, appoggiò uno stivale dagli alti lacci sul parapetto e sollevò sopra la propria testa una mano guantata. Fece schioccare le dita e il meccatitano crollò a pezzi ai suoi piedi.

Un ruggito di piacere si sollevo tra i rinnegati nella strada. Lei fece un inchino, appariscente, e lanciò un bacio alla folla.

"Toglimi una curiosità; è stata Lili... la regina della notte a scegliere i nostri nomi in codice?".

"Certo. È stata molto utile".

"Ehm... ottima notizia". Il meccatitano si mosse in modo imprevisto, gemendo mentre ruotava il busto. Si accovacciò sotto una conduttura e si sporse per vedere ciò che si trovava davanti a lui.

Si stava avvicinando a un altro veicolo parcheggiato e stava sollevando il suo braccio-martello per scagliare anche quello contro i rinnegati.

Quelli che erano fuggiti dal meccatitano dell'acqua erano di fronte a lui, davanti alla barricata, e stavano passando attraverso il foro creato dalla navetta ruotacelere, con gli ispettori senza volto del Consolato che li spingevano nella linea di tiro.

Li avrebbe schiacciati.

Che cosa puoi fare, oplita?

Osservò le superfici del meccatitano. Solido metallo. Nessun ovvio meccanismo o punto debole, tranne la giunzione tra gambe e torso. Vi era una larga apertura tra le piastre dell'armatura, la quale permetteva il movimento degli arti. All'interno, poteva vedere imponenti ingranaggi dentati che ruotavano e sfregavano alla luce dell'etere blu delle condutture di alimentazione.

Osservò le proprie lame. Poi di nuovo gli ingranaggi.

Disse alla farfalla meccanica "Meglio sollevare in aria l'ondeggiante".

"D'accordo", rispose dall'altra parte. Ci furono alcune note fischiettate e l'insetto volò via.

Osservò l'apertura nell'armatura, fece alcuni rapidi respiri e si lanciò negli ingranaggi. L'oscurità venne invasa da una luce dorata.

Per un lungo periodo ci furono dolore, rumore e movimento.

Il metallo scricchiolò e il mondo fece un balzo verso l'alto.

Cadde di lato nella dorata oscurità, con migliaia di minuscole lame che tormentavano le sue gambe e braccia, premevano la sua spina dorsale e riempivano la sua bocca del forte sapore del rame.

La sua testa sbatté contro una parete.

Immobilità.

Il respiro riecheggiò nell'oscurità.

Poi... stava ancora respirando?

Una porzione di oscurità si dissolse. Un caldo splendore inondò i suoi occhi doloranti. Chandra...?

Un volto sogghignante eclissò il sole. "Hai bisogno di un eroina?", Lamadombra, senza apostrofo.

Lo tirò fuori dalla sua tomba fumante e, mentre si rialzava, i resti in frantumi degli ingranaggi lavorati con cura caddero a terra. Il suo pettorale, piegato e perforato, rimase appeso per un istante a un laccio collegato alla spalla e poi cadde sferragliando sulla strada.

Il meccatitano giaceva al suolo, con il volto conficcato in un edificio. La gamba su cui si era arrampicato era stata recisa. Una legione di ragazzi e di creature meccaniche si lanciò sul relitto e ne strappò le parti, scambiandosele tra loro.

Art by Winona Nelson
Illustrazione di Winona Nelson

"Li ho trovati, signorina Lama!", disse un ragazzino vedalken, agitando una mano con sei dita. Dietro di lui, gli operatori della macchina da guerra uscirono da un boccaporto, una squadra di nani dall'aspetto severo, in uniformi del Consolato macchiate d'olio.

"Ottimo lavoro, muscoloso", disse sorridendo Lamadombra, dandogli una pacca su una spalla scoperta e ammaccata. "Quante altre volte puoi farlo?".

Gideon guardò oltre le strade, verso gli altri tre meccatitani e al cielo pieno di navi. "Non abbastanza".

Liliana si avvicinò, lo osservò dalla testa ai piedi e gli mise una mano su un fianco, in modo languido. "... vedo che non hai più la tua maglietta".

Lo sguardo di lui venne attirato da uno stormo di totteri del Consolato che si stava avvicinando alle piattaforme superiori del Centro dell'Etere, virando e muovendosi in cerchio come...

Il respiro successivo fu rigido, debole, come l'ultimo prima di immergersi sott'acqua.

... come le arpie su Akros.

"Tornate al Centro!", urlò e si mise a correre. "In fretta!".


Lo ucciderò.

Inciampò sulle pietre. Sui marciapiedi. Le spalle pulsavano. Lo stomaco era preso dai crampi.

Barcollò. Finì ginocchia e palmi a terra. Alzati! Vai!

Non mi sfuggirai. Mai. Bastardo.

Il mondo è un tunnel. Oscuro, tranne per i totteri in movimento circolare. Delle risate riecheggiano. Parole.

Mamma. Papà. Mostro. Morte. Sofferenza. Omicidio. Mostro. Villaggio. Fuoco. Bambini. Mostro.

Non le sento più. Non riesco a metterle insieme per formare un pensiero. Solo suoni. Solo frammenti.

Non più lacrime. Solo fuoco, freddo e bianco. Purificatore.

Lo arderò. Lo estirperò da questa città.

"Chandra, ascoltami". Nissa, senza fiato, dietro di me.

Non dovrebbe trovarsi qui. Non dovrebbe vedermi in questo stato.

Una enorme radice si solleva dal terreno davanti a noi e si stende fino al tetto. Il tottero è là davanti e la risata è fragorosa.

Mi rialzo, la fredda polvere ricopre le mie dita che bruciano, gli stivali scivolano sul legno umido. Le dita afferrano il bordo del tetto e lasciano impronte insanguinate.

Il cielo è sconfinato e pieno di navi. Le strade sono infuocate.

Giganti di metallo si aggirano tra le fiamme e, di fronte a loro, figure umane fuggono. I totteri ronzano come nubi di zanzare e turbinano intorno al Centro dell'Etere. Incombono su di noi.

Su mia madre.

I totteri stanno atterrando lassù. Crepitii e lampi. Figure che corrono. Che cadono.

... mamma?

"Guarda. Quello. Che. Tu. Hai fatto".

Baral, con il suo volto rovinato, su cui è dipinto un ghigno dai denti frantumati. Il tottero che si solleva mi lancia detriti negli occhi. "Forse, se tu ci fossi stata, sarebbe andata diversamente". Il sole risplende sul filo della sua lama. La orienta verso di me. "O forse... ne sarebbero morti ancora di più".

Sento la mia chioma sollevarsi. Un'ardente e fredda luce riempie il tetto.

"Dopo tutto, non sei così precisa. Vero, mostro?".

"Muori", sussurro e copro il suo volto.

La mia parete di fiamme rotea nel vento e si disperde in lingue di minuscole fiamme.

"Non ti sei ancora stancata?". Abbassa una mano brillante e chiude la visiera del casco. "Addirittura i cani conoscono più trucchi di te".

Il tetto trema. Da un lato, l'elementale di Nissa emette un forte rumore e balza...

... e atterra su un mucchio di detriti, terra nera e pietra grigia, legno bianco e foglie verdi. Baral si toglie un mucchio di terriccio dalla spalla, con una mano brillante. "Questa è Ghirapur. Non portare questo fango sul campo di battaglia".

Un'ondata di metallo si solleva dietro di lui e inonda la vista. Ruote di ottone e gambe d'acciaio, con ugelli per getti di fuoco e antenne elettriche.

"Ritrova la serenità", mormora Nissa, mentre la sua mano calda passa sulle mie spalle.

Dopo un istante si trova a mezz'aria, affonda una sottile lama negli occhi di un automa, rotola, ne colpisce un altro con un gomito, ne schiaccia un terzo con il tacco del suo stivale, squarcia e colpisce. Un insieme di acciaio verde e di duri muscoli. Si muove come se sfiorasse solo il terreno.

Aspetta.

Ma come?

Questo è folle.

Nissa ha una spada?

L'estremità inferiore del suo bastone rotola sul tetto e va a sbattere su un mio piede.

Sbatto le palpebre e vedo Baral di fronte a me che cammina.

Sinistra, destra, accidenti, esplosione, esitazione, indietro, indietro!

L'intensa luce del sole. Gelo nel mio braccio.

Mi sollevo. Sulle ginocchia. Una pozza sul tetto. Un'onda di frattali color argento e rosso che esplodono. Vedo la sua spada che scende su di me, come un'eco.

Rotola!

Sento il vento sulle mie orecchie.

Invio il mio potere nella pozza, che esplode in una nuvola. La sua fioca figura ringhia e vacilla all'indietro, spostandola dal volto.

So che cosa devo fare.

Il sigillante del tetto si liquefa e diventa pece ardente. Ruggisce dal dolore e la sua lama taglia i vapori.

Le ali dei totteri sbattono sopra di noi. Un tuono. Nissa sta bene? Dove...?

Arretro da quella improvvisa nuvola. Aghi di ghiaccio mi trafiggono un sopracciglio.

Riflesso, un proiettile di fuoco nella stessa direzione. Un impulso blu lo dissolve in piccole scintille.

Zoppica sulla pece, ridendo. La metà sinistra del mondo si dissolve in una macchia di rosso. La colpisco, ma non se ne va. La mia mano è scivolosa.

La sua lama è bianca per l'aria intorno a me. Il respiro riecheggia dalla filigrana del suo casco.

L'edificio trema sotto di noi. Grugnisce e oscilla, ma continua ad avanzare. Lontano sotto di lui, la nave di papà si solleva di fianco al Centro dell'Etere, trascinando assi frantumate e corde di ancoraggio strappate.

Non c'è abbastanza aria. Non ne trovo abbastanza. Sono confusa e rantolante. Abbiamo combattuto per ore? O minuti?

Afferro le fiamme con la mano sinistra. Lui le dissipa e io lo colpisco al volto con la destra.

Quello stupido volto ricoperto di metallo. Urlo per il colpo.

"Mostro idiota", borbotta, mentre mi colpisce con un calcio. Forte.

Il dolore esplode nel mio ventre.

Mi viene da vomitare qualcosa di caldo, faccio fatica a inspirare, ogni respiro è un'altra sconfinata agonia. Non mi metto a piangere perché accidenti a lui.

Devo rialzarmi.

Lo vedo sopra di me, con i suoi stivali ricoperti di nero e fumanti. Puzza come Innistrad dopo le battaglie, cumuli di carne bruciata, raccapricciante e contorta.

Non trovo l'aria. Nissa. Aiutami.

Solleva la spada.

Striscio. Aiuto. Nissa.

La lama scende. Voglio guardare altrove. Voglio muovermi.

CLANG.

Apro una palpebra e vedo ottone. Un uccello di filigrana, ammaccato e tagliato, al posto del mio collo. Rotola sul tetto, con gli ingranaggi che si sparpagliano. Il suo fischio si trasforma in un sospiro e poi più nulla.

"Stai lontano da quella bambina, scimmione!", ruggisce la Signora Pashiri.

Mi sollevo su braccia tremanti e insanguinate. Lei è sul Centro, a una piattaforma di distanza da noi, e mostra il pugno a Baral. Ajani è di fianco a lei, con la sua ascia tra le mani, le orecchie all'indietro e il suo occhio spalancato in un enorme globo nero.

Art by Kieran Yanner
Ajani l'Inflessibile | Illustrazione di Kieran Yanner

Riesco a respirare debolmente, con scintille che cadono dai miei occhi.

Le persone sul Centro stanno correndo ai boccaporti spalancati del Cuore di Kiran. Le torrette scintillano e crepitano contro i ranghi degli ispettori senza volto. I totteri del Consolato lanciano siluri aerei splendenti, che danno vita a scie di condensazione con i loro sibilanti condotti di scarico.

"Cannoniere!". Baral ruggisce al suo tottero, scagliando di lato la sua lama rovinata. "Fai fuori la forgiavita!".

Un urlo nasce nella mia mente e lo lascio evidentemente uscire, dato che si volta di nuovo verso di me; mi alzo e tutto diventa di un intenso colore bianco-blu, come la luce della luna nel limpido cielo del deserto; scaglio ondate di fiamma rovente verso le ali confuse e l'ottone luccicante...

Le mani di Baral si chiudono sui miei pugni.

Tutto si ferma. La magia si spegne.

"Guarda che cosa hai fatto", urla di fronte a me. "Guarda!". Il mana è ovunque intorno a me, ma non riesco ad afferrarlo. Galleggia come olio sull'acqua. Mi sforzo, ma le sue mani lo fanno scivolare. Cerca di piegare le mie braccia, di piegare me. "Anche il tuo papino lo sapeva. Quando ho affondato la lama tra le sue costole. L'ho vista nei suoi occhi, mentre si stava dissanguando. La vergogna di te".

Linee di una luce bianca crepitante colpiscono il Centro.

Ajani viene colto dalla rabbia e si lancia all'assalto, mentre la Signora Pashiri si allontana dalla ringhiera. Il tottero che emette i fulmini schiva le sue lame. Una volta. Una seconda volta.

"Si leggeva sul suo volto", sogghigna Baral. Il suo respiro aveva il fetore di carne scadente e di chai troppo zuccherato, dopo tutti quei pasti da solo. Le mie braccia lottano con le sue. "Disperazione. Proprio come nell'arena, mostro. Quando la mia lama era sul tuo piccolo collo".

Il terzo fulmine frantuma il mondo.

La Signora Pashiri viene colpita e crolla a terra, con le trecce fumanti che cadono lontane.

Lui si mette a ridere. "Esiste qualcuno che non hai fatto uccidere?".

In qualche modo, le mie mani insanguinate si stringono sulla sua gola, trovano le aperture nel metallo e vi fanno strada, stringendo più forte possibile, affondando le unghie e premendo con i pollici. Mi sembra di urlare. La mia gola è secca.

Colpisce il lato della mia testa con le sue mani guantate, più volte, finché non crollo in un tunnel con solo scintille alla fine.

Quando sento di nuovo qualcosa oltre al mio cuore, una voce metallica sta tonando "... in arresto per cospirazione, tradimento e aggressione. Inginocchiati e metti le mani dietro la testa".

Baral deglutisce e sputa nel catrame che si addensa, sforzandosi di inspirare.

Sopra di noi, una aeronave del Consolato, con una decina di cannoni che puntano contro di me.

Ho fatto un casino. Di nuovo. Tutto sta andando a fuoco.

"Chandra". Nissa è di fianco a me, appoggiata alla sua lama. È bruciacchiata e sanguinante, con la chioma in disordine. Frammenti brillanti di caldo metallo sfrigolano nelle onde. Mentre mi osserva, il color giada si versa dai suoi occhi, con le dita tremanti che passano sopra il taglio profondo nella mia testa.

"Devi andartene", dico a fatica, cercando di alzarmi in piedi.

Non sono un mostro.

Ma posso esserlo.

Raccolgo l'aria, la infiammo e la spremo. Tra le mie mani si accendono le scintille, che si muovono come pesci incandescenti. Sussultano frenetici e diventano di un colore bianco arsenico. Proprio come ho fatto migliaia di volte in passato.

Baral si abbassa di nuovo il casco ammaccato. Sferraglia sul tetto. Sorride. "Ho ucciso il tuo paparino, rinnegata", dice. "Ho ucciso la tua zietta".

Il vento sta crescendo. Più aria. Più calore. Abbattilo. Schiaccialo finché non smette di muoversi. Finché non respira più. Stringo i denti. La mia luce è ora artica e proietta delle taglienti ombre blu.

"E ora ucciderò anche te". Estrae un pugnale da una benda. Un semplice pugnale, con vecchie macchie e un'impugnatura bruciacchiata. "E la parte migliore, la parte assolutamente migliore è che tu non ci potrai fare proprio nulla".

È così facile. Avrei dovuto pensarci prima. Ci abbiamo provato nella trappola di Baral, ma io ero troppo agitata. Ora è tutto più chiaro. Vuoto, piatto e disperatamente chiaro.

"In realtà, esiste qualcosa che posso fare", gli dico.

Posso rimediare. Per la Signora Pashiri. Per mio padre. Per mia madre. Per le signore anziane e i bambini piccoli che ho ucciso nel luogo sacro delle stelle. Per una vita di errori. Per i gesti deplorevoli che ho compiuto. Per le persone che ho deluso. L'aria tra le mie mani è colma di stelle, in vibrazione, super-riscaldata. Flussi di luce escono dalla via vista.

"... qualcosa che posso sempre fare...".

Posso abbattere Baral. Le navi e i meccatitani. Tezzeret e i consoli. Se voglio, posso abbattere tutta Ghirapur. È così facile. Devo solo concentrarlo e poi scatenarlo. Devo solo lasciarlo andare.

Perché non conta più nulla, vero? Tutto è rovinato.

Lascialo andare.

Chiudi gli occhi.

Lascia che avvenga.

Lascia che tutto finisca.

Non conta più nulla.

Chiudo i miei occhi doloranti su Kaladesh e sussurro "... io posso incendiare".

Chandra's Fury
Furia di Chandra | Illustrazione di Volkan Baga

Braccia da dietro di me. Il profumo di fiori e una leggera brezza tra le mie orecchie. "Ma non da sola".

Nissa?

"Ti farò del male. Lasciami andare".

Le sue braccia mi stringono più forte. "No".

"Non ce la faccio più. Lasciami andare". Le mie stelle fanno evaporare le lacrime, ma la mia voce è acuta e flebile, le mie parole si accavallano le une sulle altre e iniziò a sussultare. Sto perdendo il controllo. "Per favore, lasciami andare".

"Non posso. Se vuoi andartene così, dovrai portare anche me".

"Non è...", non vedo più nulla. Solo luce e la sua voce.

"Non andare", mi dice.

La Signora Pashiri si contorce e crolla, le sue trecce sono un groviglio, il suo sguardo è fisso su di me e mi implora di mettermi in salvo. Mio padre crolla a terra, con le mani che reggono lo squarcio rosso sullo stomaco, lo sguardo fisso su di me, che mi implora di mettermi in salvo. Morto a causa mia.

"Non andartene", dice Nissa dolcemente. "Ti vogliamo bene".

Il vento risucchiante tra le mie mani attira il mare che si trova nei miei occhi. Scintille, braci, onde di acqua salata.

Smetto di concentrare il potere. Smetto di stringere. Le stelle scivolano e tremano tra le mie mani. La luce si increspa, le scintille di un colore blu argentato ronzano come mosche infastidite e sibilano come l'olio su una padella.

C'è qualcosa che non va.

Il fuoco è strano. Continua a riscaldarsi, collassando. Sta ardendo da solo, sta ardendo indipendentemente, senza la necessità del mio controllo. Sbatto le palpebre e lingue di luce si dimenano nella breve oscurità.

Continua a crescere.

Cerco di ridurre il calore, con attenzione, lentamente, ma reagisce, desideroso di sfuggire alla trappola in cui l'ho racchiuso. Un filo di fiamma impossibilmente rovente si libera. La afferro e stringo le mani sulla furente luce blu. Baral sussulta. Da qualche parte lì vicino giunge la vibrazione e lo stridio degli edifici che crollano.

"Non ce la faccio", dico a fatica. Il mio cuore sbatte contro le mie costole ammaccate. "C'è qualcosa che non va. Non diminuisce".

"Chandra", mi dice. "Ricordi ciò che si prova a nuotare? Me lo hai detto su Ravnica. Descrivimelo di nuovo. Dimmi ciò che significa fluttuare. Solo il blu e il cielo sopra di te. Tutto splendido e immobile...?".

Chiudo gli occhi e torno a quando avevo dieci anni. L'aria è ardente e densa, troppo calda per dormire. Mamma e papà sono sdraiati insieme sul prato, respirano lentamente, a contatto anche nel sonno nonostante il calore dell'estate. Scivolo e scendo lungo le rocce ricoperte di muschio. Scivolo all'indietro e l'acqua si infila tra le mie ciocche arricciate, fredda contro il mio capo sudato. Sento la gola che si stringe.

"C'è... c'è una cava nella quale andiamo spesso. Ricoperta di vegetazione. Tutta verde. A volte ci vado durante la notte. Le stelle si riflettono nell'acqua. Bianche, blu e arancioni. Alcune verdi e rosa, come lontani fantasmi. Le increspature si riflettono sulle rocce. Il suono del mio respiro continua, sempre più leggero. Come se stessi cadendo. Se rimango abbastanza ferma, è come se... mi trovo in mezzo a loro. Come fluttuare tra le stelle".

"C'è una lanterna sull'acqua, tra le stelle. È la più luminosa. Riesci a immaginarla?".

Una torcia di un puro colore bianco, che brucia intensamente e proietta taglienti angoli di ghiaccio sulle rocce. "Sì".

"Quella fiamma si sta rimpicciolendo", sussurra Nissa, come il vento tra le foglie. "È notte. È ora che le luci della terra si affievoliscano. Che permettano alle stelle e ai fantasmi di illuminare il mondo. L'acqua ti sfiora. È fresca sulla tua pelle. La luce è sempre più fioca".

La feroce brillantezza al di là delle mie palpebre si fa più debole. Sto fluttuando, con gli occhi sempre chiusi. Il mio respiro coglie gli aromi dei pini e dei fiori della notte dalla sua chioma. Sto oscillando. Una luce che si muove sulle acque calme. Calde braccia intorno al mio stomaco mi impediscono di andare alla deriva.

"Sei una lanterna sull'acqua", dice Nissa, mentre mi piega di lato, cullando le mie spalle come un'onda primaverile. "Una piccola lanterna. Una piccola fiamma che tremola nella notte. Riesci a sentirla? Stai andando alla deriva. Una preziosa luce su uno sconfinato velo d'acqua. Le stelle ti stanno aspettando".

La luce diventa sempre più leggera, fino a spegnersi.


Mentre la ragazza Nalaar si allungava tra le braccia dell'elfa, Baral imprecò. Uno degli occhi era iniettato di sangue e bloccato dagli sforzi, l'altro era chiuso dal sangue rappreso della ferita che le aveva inflitto sulla fronte. Le guance erano bruciacchiate e rigate dalle lacrime.

"Non riesco ad alzarmi", disse lei, con una voce flebile e rauca. "Le mie gambe... è come su Zendikar".

"Ti trasporterò io", disse l'elfa.

L'aveva quasi uccisa. Aveva infastidito il mostro fino a renderlo frenetico per il dolore e per la paura, per spingerlo a fare del male a se stesso. Aveva fatto crollare centinaia di maghi nelle celle del Dhund, nel luogo oscuro e dimenticato in cui nessuno lo infastidiva.

"D'accordo". Si mosse verso di loro, puntando sulla gamba che lei aveva bruciato. A volte è necessario sporcarsi le mani. Tale padre, tale figlia. Strinse la presa sulla vecchia lama macchiata. “Tu hai solo il fuoco. Se non ardi, che cosa puoi fare?", disse sogghignando. "Darmi un altro pugno?".

Un albero lo colpì da sinistra.

Le barre di metallo scricchiolarono sul suo petto e qualcosa di ruppe.

Strinse gli occhi. Il respiro divenne doloroso.

Si accasciò sulla ringhiera al bordo del tetto. Sul lato opposto, l'elfa reggeva ora la ragazza priva di sensi tra le braccia. Sopra di loro vi era la bestia elementale, dal cui pugno delle dimensioni di un tottero colava sangue. Si scosse e le foglie sulla sua schiena sibilarono come una tigre furiosa.

"Vai", disse l'elfa freddamente e si voltò.

Dietro di lui scese il ruggito del tottero.

Una struttura apparì intorno alla sua testa.

Tra quell'insieme di ali, udì la voce di Baan, precisa e clinicamente distante. "Varie costole rotte e una frattura al collo. Leggera commozione cerebrale. Danni alla trachea e alla laringe. Ustioni di secondo grado su schiena, volto e piedi. Ustioni di terzo grado sulla gamba sinistra. Una barella, ispettori". La squadra di Baral rispose con un coro di conferme gutturali.

Baan si abbassò vicino alla sua testa, attento a non sporcarsi le scarpe con il suo sangue. "Questo è il motivo per cui insisto sull'installazione dei dispositivi di sicurezza. Se non ci fosse stata quella ringhiera...".

"Taci!". Baral ringhiò ed espirò in modo leggero e impotente a causa del dolore al petto.

Gli occhi di Baan si strinsero e inspirò bruscamente. "Capo Baral", disse freddamente. "I vostri resoconti di dodici anni fa indicano che la signorina Nalaar e i suoi genitori sono morti in un incendio doloso e che lei ne era la causa. In base ai vostri resoconti di oggi... che io ho raccolto con scrupolosa precisione... avete ucciso voi Kiran Nalaar, avete imprigionato Pia Nalaar senza un processo e poi avete cercato di trasformare l'esecuzione della loro figlia in una specie di... evento da arena".

"I Nalaar erano contrabbandieri di etere. La ragazza ha distrutto una fonderia".

"Crimini per i quali sarebbero dovuti essere processati e puniti in modo appropriato. Tuttavia, nessuno di essi è un crimine che prevede la pena capitale".

"Accidenti, Baan, è una piromante!".

"È una cittadina".

"Un mostro!", scattò, rimanendo poi senza fiato. "Tutti i maghi sono dei mostri", sussurrò al cielo.

Baan sospirò, piegò le dita e appoggiò gli avambracci sulle ginocchia. Il suo volto era severo e macchiato da una nauseante pietà. "Ispettore capo Dhiren Baral, vi accuso di un omicidio... probabilmente di diversi omicidi ancora da scoprire... e di un tentato omicidio. Vi accuso di un'incarcerazione non autorizzata... anche in questo caso, potrebbero essercene altre. Infine, vi accuso di numerose falsificazioni dei resoconti pubblici, con l'intenzione evidente di coprire i vostri crimini.

"Siete un'onta per la vostra uniforme e una inquietante aberrazione degli ideali del Consolato. Nonostante io consideri le vostre offese... estremamente insolenti, la legge richiede che anche voi dobbiate essere giudicato da una corte. Vi avviso che ogni dichiarazione che effettuerete da questo momento potrà essere utilizzata come prova".

"Stanno scappando", disse Baral con voce roca. "L'elfa e la piromante. Le devi terminare".

Baan piegò la testa di lato. "Non corretto. La nostra missione è stata completata con successo. Il Centro dell'Etere è stato riconquistato. Il resto del nostro distaccamento verrà ora riassegnato alla difesa da un probabile contrattacco. Verrete con me sotto arresto o desiderate che io vi lasci continuare alle vostre attività di pugilato con la vegetazione?".

I suoi polmoni si svuotarono. Quella era la fine. Rimase sdraiato e osservò le nuvole sopra di sé. "Non me lo dimenticherò, Baan".

"Eccellente. Non è mio desiderio ripetermi".


Gideon si inginocchiò e le diede le spalle. "Sali".

"Non è necessario". La voce di lei era più debole che mai, bassa e senza energia.

"Nessuna fatica, Chandra. Ho le spalle grosse, lo sai. È uno sforzo da niente". Sperò che le sue parole suonassero allegre.

Il peso di lei si distribuì sulla schiena di lui. Lui inspirò rapidamente e discretamente al contatto di ginocchia e gomiti con le abrasioni. Infilò gli avambracci sotto le ginocchia di lei e si passò le sottili braccia intorno alle spalle. La punta delle dita di lei era bruciata, mentre palmi e nocche erano avvolte da fasciature macchiate. Gli avambracci che vedeva sotto il proprio mento erano ricoperti da orrendi tagli dell'acciaio e del vetro volanti.

"Sei pronta?", chiese lui.

"Pronta", mugugnò lei.

"Si va su", grugnì lui, rialzandosi in piedi. Lei non pesava molto. Era solo... dolorosa. Il calore pulsante di lei era lenitivo nei confronti delle forti abrasioni rosse che si nascondevano sotto la maglietta di lui.

La trasportò lungo le sale dell'edificio abbandonato. Pareti in rovina erano ricoperte da irregolari costellazioni di capsule illuminate dall'etere.

Il Cuore di Kiran aveva trasportato i fuggiaschi dal Centro dell'Etere alla sicura Saldapoli, nel territorio controllato dai rinnegati. Ora si trovava appesa in un modo impossibile sopra una grande strada, tra alti e striscianti laboratori in acciaio. Macchine e treni passavano sotto il suo scafo, dove squadre di saldatori ne smontavano e sostituivano le sezioni danneggiate. Un costante frastuono di sottofondo di crepitii dei cannoni improvvisati teneva lontane le aeronavi del Consolato. Per lo meno, non si trattava più della "marcia nuziale dei gremlin".

Un gruppo di rinnegati era assemblato nella sala di fronte, intento a parlottare.

"... tutto è andato allo sfacelo quando la figlia...".

"... non so se le cose sarebbero andate diversamente...".

"... la condottiera dei rinnegati non ha sofferto abbastanza?".

"... sentito che ha osservato tutto dal Centro...".

Alzarono gli occhi all'arrivo di lui e rimasero in silenzio sotto il suo sguardo. Chandra affondò il volto tra le spalle di lui, lo strinse forte con le braccia e il suo respiro inviò caldi sussulti sul retro della sua maglietta.

Dopo aver superato il gruppetto, voltarono verso le scale. A metà della discesa, lei sollevò una mano e passò le calde dita sulle spalle di lui, con una leggerezza e una delicatezza che fecero rizzare i peli delle sue braccia. "Le hai dappertutto? Intendo le abrasioni. Sembra che tu sia caduto da una scala di pugni".

Lui rise brevemente, dando sollievo a entrambi, una risata che riecheggiò nell'intera scala. "Temo di sì".

"Pensavo che tu fossi indistruttibile".

"Ho dovuto essere creativo. Ma sono qui, quindi tecnicamente sono ancora... ehm, indistrutto". La discesa terminò al piano inferiore successivo, che era la zona dei guaritori.

"Non penso che esista come parola".

"Sono sicuro che Jace conosca a memoria sei dizionari. Quando il Capitano Zev tornerà, gli chiederemo". Fece un cenno al rinnegato che era a guardia della porta, il quale la aprì per loro.

La Signora Pashiri era sdraiata su una barella sospesa, con le mani incrociate sullo stomaco, gli occhi chiusi, sofferente e pallida... ma ancora in vita. Ajani era seduto di fianco a lei e ricopriva le mani di lei con una sola delle sue, piegato in avanti e concentrato. Un'impercettibile aura di luce argentea li circondava entrambi, con increspature di potere che fluivano da lui verso di lei.

Chandra sussultò a quella scena. "Non... non ce la faccio", sussurrò. "Mettimi giù, Gid".

La luce di Ajani svanì. Alzò lo sguardo e la analizzò, inspirando discretamente dal naso. "Sei in pessime condizioni, Chandra", disse.

"Come? Non sento...".

"Molto presto. Il danno è leggero, ma diffuso. E serio. Tu e Nissa avete bisogno di cure. Gideon, le puoi portare più tardi?".

Lui annuì. Chandra aprì le labbra, ma le richiuse senza dire nulla e guardò altrove. Nissa l'aveva trasportata verso Saldapoli fino a metà strada, correndo per la maggior parte del tempo, silenziosamente e attenta agli ispettori del Consolato. Dopo averla passata a Gideon, l'elfa aveva vacillato fino a un prato illuminato dal sole, era crollata e si era addormentata.

Ajani si alzò e indicò la sedia. "Ti prego, siediti. Prima stava chiedendo di te".

Gideon si abbassò su un ginocchio, davanti alla sedia, e la appoggiò sopra. La sua mano tremava sopra quelle della Signora Pashiri. "È...?".

"Nonna si riprenderà, con il tempo. Non cadrà finché io sarò presente". Ajani si fermò e la analizzò. "Non è stata colpa tua, Chandra".

Spostò lo sguardo verso la parete lontana. "Io... sì, lo so".

"Forse", rispose lui. "Mi auguro che tu lo sappia, ma hai bisogno di sentirlo dire".

La sua mano si appoggiò a quelle della Signora Pashiri. "Vuoi che vi lasciamo sole?", chiese Gideon.

Le dita di Chandra si strinsero su quelle della donna anziana. "L'ho quasi fatta uccidere oggi. Di nuovo. Sono a casa da meno di due mesi e l'ho già quasi fatta uccidere due volte". Le lacrime le riempirono gli occhi, che pulsarono in sintonia con il suo cuore. "Mi ha protetta il giorno in cui sono fuggita. Ve l'avevo mai detto? Mi ha nascosta nel suo luogo di lavoro. Ha distratto Baral e i suoi uomini. E io non le ho mai chiesto che cosa fosse successo dopo. L'hanno messa in prigione con mia mamma?".

"No", brontolò Ajani. "Era in libertà. Quando tua madre è stata liberata...".

"Ma io non l'ho mai chiesto!", scattò lei, battendo un pugno sul proprio ginocchio. Si rialzò tremando, fece un passo verso la porta e crollò. Ajani la afferrò con una mano. "Dannazione!", disse lei a denti stretti. "Non riesco neanche... voglio solo... voglio andarmene. Non dovrei essere qui. Non mi merito...".

Una porta sbatté in fondo al corridoio. Alzò lo sguardo e ansimò.

La signora Nalaar stava camminando verso di loro a passo rapido, con sguardo fisso e penetrante, con brandelli di carte antiche e inzuppate e la chioma intrisa di fumo che sventolava dietro di lei.

Gideon scivolò di fianco a Chandra e lei afferrò il suo avambraccio. "La sto reggendo", sussurrò ad Ajani. Il leonid annuì e si fece indietro.

"Ho combinato un guaio", sussurrò. "Combino sempre guai. È arrabbiata e ha ragione. Sono un disastro, Gid. Non so neanche perché tu non mi lasci crollare a terra".

Tre ingannevoli, incerte e imperdonabili parole risuonarono nella mente di Gideon. Parole che, una volta pronunciate, non sarebbero potute essere annullate.

"Parla con lei", disse invece.

Chandra si raddrizzò al meglio, con una mano tremante che si sosteneva al suo braccio e supportava il suo peso. Non alzò lo sguardo, ma vide i piedi che si avvicinavano.

"Bambina", disse la signora Nalaar, con una voce acuta e tesa come la corda di una lira.

"Mamma, io...".

La signora Nalaar la accolse in un impetuoso abbraccio, facendola oscillare all'indietro. "Non posso perderti di nuovo". La sua voce era diventata profonda e piena di paura. Chandra emise un suono di sofferenza.

Si tirò indietro e guardò Chandra negli occhi, appoggiando le mani scure sulle guance bruciacchiate, premette la propria fronte su quella della figlia e le lacrime iniziarono a solcare le addolorate linee del suo volto. "Mi hai sentita? Non posso. Mi distruggerebbe. Ti voglio bene".

Gli occhi di Chandra si riempirono di lacrime. "Se tu piangi, piango anche io", singhiozzò, con i bordi delle labbra che tremavano.

Gideon chiuse la porta dietro di sé, si passò il palmo di una mano sugli occhi e osservò Ajani. "La Signora Pashiri si riprenderà?".

Non era mai stato capace a leggere le espressioni dei leonid, ma gli sembrò che sorridesse. "Udire queste parole è una medicina migliore di qualsiasi magia".

"Ma è priva di sensi".

La coda di Ajani oscillò orizzontalmente, in modo sereno. "I concetti più veri vengono spesso uditi nel sonno".

Uno sferragliare di stivali irruppe nel corridoio; un gruppo di rinnegati in uniforme di ersatz che discutevano tra loro di attività, decreti e ruoli. Gideon e Ajani si scambiarono uno sguardo di stupore, poi scossero la testa e si posizionarono davanti alla porta con le braccia incrociate e il petto gonfio per bloccare l'accesso.

Il nano al comando aveva l'aspetto infastidito di un impiegato. "Dobbiamo parlare con la condottiera dei rinnegati, immediatamente", grugnì l'uomo. "È urge...".

Gideon lo zittì con una mano e con un gesto della testa. "Tra dieci minuti".


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