Nissa si preparò a combattere contro le persone che un tempo considerava alleati e si chiese se andar via da Zendikar la prima volta fosse stato un terribile errore.

Jace e Nahiri erano di fronte a lei e stavano riprendendo fiato dopo la loro corsa attraverso la Città Canora. Dietro di lei erano gli elementali della foresta di Kazandu. Decine e decine di imponenti elementali.

Se Nissa non fosse mai diventata una planeswalker, in quel momento non avrebbe provato un forte dolore al petto e un senso di colpa per gli errori del passato e le amicizie perse. Non sarebbe stata in lutto per la morte di Gideon. O per la perdita dell’affetto di Chandra.

"Come. . .come puoi spostarti. . .così velocemente?", le disse Nahiri. Era ferita e ammaccata e il furore sul suo volto era genuino ed estremamente evidente.

Al fianco portava la sacca con il nucleo litoforme. Il nucleo che pulsava silenzioso attraverso il tessuto.

Nissa strinse i pugni.

D’altra parte, se non avesse mai lasciato Zendikar, se non si fosse mai messa alla prova, affrontato i fallimenti e rialzata, non si sarebbe trovata nella Città Canora, unica persona in grado di difendere il suo mondo.

"Io appartengo a Zendikar. È il cuore dei miei poteri e della mia forza", disse Nissa. "Conosco tutti i passaggi e il modo per utilizzarli. Al contrario, voi due...", pensò all’elementale di felce che Nahiri aveva ucciso senza pensarci due volte nell’enclave celeste di Akoum e sentì l’esercito degli elementali di Kazandu dietro di sé ribollire dalla rabbia, "voi non comprenderete mai. Andate via da casa mia."

Jace tentò di farla ragionare, ma Nissa lo ignorò. La sua attenzione era rivolta verso Nahiri, che urlò "Questa è la mia casa, abitante degli alberi!"

L’esercito di elementali si fece istintivamente più teso e si strinse intorno a Nissa, pronto a difenderla a costo delle loro vite.

Per alcuni istanti, Nissa venne riscaldata da una sensazione di gratitudine nei confronti di quelle incarnazioni di Zendikar. Coloro che l’avevano raccolta dal loro esilio. Coloro che l’avevano accolta quando era rimasta sola.

Jace rimase immobile. Sollevò una barriera magica.

Gli elementali, frammenti del cuore e dell’anima di Zendikar, rimanevano al suo fianco nonostante gli errori e i danni che aveva involontariamente causato.

Nahiri sollevò le braccia e le pietre della Città Canora risposero iniziando a tremare.

Gli elementali, che le avevano insegnato cosa significasse far parte di una famiglia e quale fosse l’intenso significato di famiglia. Gli elementali che erano corsi in suo aiuto, senza che lei lo chiedesse. In suo aiuto, non al fianco di Nahiri.

Che cosa avrebbe fatto Gideon? si chiese Nissa.

Avrebbe detto che era giunto il momento di compiere scelte da sola.

"Proteggete Zendikar", disse agli elementali con una voce più bassa di un sussurro. Udirono le sue parole. Compresero.

E, come un’onda che si infrange sulla riva, agirono.


Nahiri aveva da sempre creduto nel potere della pietra, nella sua forza, nell’idea che la pietra potesse sopravvivere in qualsiasi situazione. Per la prima volta nei suoi secoli di vita, circondata da decine e decine di elementali, iniziò a dubitare del potere della sua litomanzia.

Come Nissa, anche gli elementali si muovevano con una rapidità impressionante.

Nahiri sollevò istantaneamente un pilastro di pietra appena in tempo per bloccare l'assalto di un elementale pronto a calpestarla. Ruggì e, con un gesto furioso di una delle sue zampe di foglie, sbriciolò il pilastro. Ringhiò contro Nahiri, che rispose urlando. Nahiri spalancò le braccia, richiamando a sé le rocce nel momento in cui quell'essere di foglie si avventò su di lei. Un pugno di granito emerso dal terreno lo sbatté lontano.

Nahiri sorrise.

Il suo sorriso svanì però alla vista di Nissa. L'elfa era a mezz'aria, sollevata da un ammasso di liane, con le braccia spalancate e filamenti di energia verde che le vorticavano intorno. E dietro di lei. . .

Dietro di lei era un elementale più imponente di tutti gli altri. Era immenso, con una forma di aquila e un corpo composto da contorte e vorticanti radici di jaddi. Individuò Nahiri e, rapido come una furia, scattò verso di lei con fauci e artigli pronti a colpire.

Nahiri evocò la roccia in sua difesa, ma gli artigli della creatura furono più rapidi e affondarono nella sua spalla. Nahiri urlò dal dolore e dalla sorpresa. Sbatté le ali... una, due volte... e la sollevò in aria.

Non se ne parla, pensò Nahiri, facendo scattare i polsi. In un breve istante, trenta spade roventi penetrarono in quell’aquila di jaddi, che emise un grido e la lasciò andare. Nahiri rotolò a terra e si rialzò, ritrovandosi di fronte a un altro elementale, questa volta composto d’acqua e con alghe e pesci che nuotavano al suo interno.

"Non ci posso credere", sibilò Nahiri schivando un calcio d’acqua diretto verso la sua testa.

Gli attacchi continuarono.

Nahiri vide Jace imprecare e creare illusioni di fuoco e nidiate Eldrazi, che riuscirono a far indietreggiare istintivamente gli elementali. Una valida strategia. Stava utilizzando le paure di Zendikar come arma e come scudo. Quegli stratagemmi gli diedero il tempo sufficiente a schivare la raffica di fauci, zampe, artigli e spine.

Ma Nahiri si rendeva conto che non stavano facendo altro che resistere a quell’assalto implacabile.

Come può quell’abitante degli alberi gestire tutto questo? si chiese.

Per un lungo e terribile momento, Nahiri si chiese se non avesse ragione Nissa. Se gli elementali erano incarnazioni del piano stesso, allora Zendikar aveva offerto a quell’elfa un esercito con cui combattere. Nahiri non aveva nessun alleato.

Però aveva qualcosa dalla sua parte. Aveva forza e determinazione. Aveva controllo sulla pietra. Aveva esperienza di millenni. Lei era la protettrice del vero e antico Zendikar. Lei era la protettrice delle rocce più profonde e delle fondamenta di questo mondo.

E avrebbe posto fine a quella follia.

Con un movimento fluido, Nahiri generò con una enorme mano in pietra, che spazzò via un elementale composto di pioggia e di foglie dai colori autunnali. Con una postura più salda sulle gambe e le braccia spalancate, si preparò a colpire.

Nahiri sbatté le mani, producendo un forte schiocco.

Cinquanta spade roventi saettarono verso l’elfa.

Nissa spalancò gli occhi dalla sorpresa e, prima che le lame la colpissero, l’enorme aquila composta da radici di jaddi apparve... Nahiri non seppe da dove... e scagliò per terra tutte le cinquanta spade con un solo colpo d’ala.

Accidenti, pensò Nahiri, riprendendo il controllo della pietra. Scagliò dei macigni contro Nissa, tentando di intrappolarla con il terreno intorno, per poi colpirla con altre spade. Gli elementali di Nissa la difesero facilmente, come se fossero ben più che semplici strumenti che si muovevano meccanicamente. Come se fossero consci di combattere rischiando la vita.

Come si può trascorrere una vita in un mondo spezzato e in rovina? si chiese Nahiri scuotendo la testa. Lanciò un altro attacco. Poi un altro. Poi un altro ancora.

Quando un gigantesco grifone composto da edri spezzati e muschio della Città Canora ingoiò senza difficoltà una decina di lance di pietra con quello che sembrava essere un ghigno nei suoi confronti, Nahiri comprese di aver bisogno di una tattica diversa.

Corse via.

Piegandosi e zigzagando per evitare i colpi, Nahiri riuscì a salvarsi da quella raffica di zampe, denti e spine degli elementali. Corse fino a raggiungere l’imponente ingresso in marmo della Città Canora e la attraversò.

Il suo obiettivo era proteggere il nucleo. Le pietre di quell’antica città l’avrebbero aiutata.


Jace non aveva mai visto così tanti elementali in così tante forme diverse. Se non fosse stato impegnato a resistere ai loro attacchi, li avrebbe trovati affascinanti.

Ma loro lo stavano attaccando e lui ebbe bisogno di tutte le sue capacità e della sua astuzia per sfuggire ai loro colpi senza danneggiarli. Sapeva che, per sperare di poter ritrovare Nissa come amica e alleata, avrebbe dovuto evitare di ferire Zendikar a ogni costo.

Avrebbe dovuto impossessarsi del nucleo litoforme. Avrebbe dovuto trovare un modo per riportare la pace tra le due protettrici di Zendikar.

Con la coda dell’occhio vide Nahiri correre verso la Città Canora. Sapeva che, qualsiasi fossero i piani della litomante, non sarebbero stati di aiuto per i suoi negoziati di pace.

Portando entrambe le mani verso l’alto, Jace generò una illusione: una nuvola di nebbia, più spessa di una nebbia naturale, sufficientemente spessa da scomparire alla vista, confondendo l’elementale di edera e licheni che si trovava di fronte a lui. Questa mossa gli diede il tempo di agire.

Coperto da quella messinscena, Jace corse via.

Penetrò nella Città Canora e, dopo pochi secondi, un devastante ruggito di distruzione riecheggiò dietro di lui. Si voltò e vide una gigantesca parete di roccia schiantarsi contro l’entrata in marmo della città, bloccandola.

Jace si ritrovò intrappolato e iniziò a udire di nuovo la temuta melodia.


Nahiri sentiva gli elementali colpire le pareti della Città Canora, con i loro pugni di fango e muschio che si infrangevano senza risultato sulla roccia. Quello fu un suono piacevole.

Nissa sarebbe stata in grado di distruggere quella fortezza improvvisata, per lo meno non con Nahiri all’interno pronta a utilizzare la litomanzia per mantenerla salda.

Il pensiero di tutte quelle mostruosità della natura che la attaccavano la fece rabbrividire. Essere circondata da pareti e con la melodia ossessionate di quelle voci provenienti dal nulla era come un pugno allo stomaco. Le sembrò come se fosse di nuovo intrappolata della Tomba Infernale.

Sollevò le braccia ed evocò rocce granitiche e pietra arenaria. Come una danza, le fece muovere, le unì, le rinforzò per essere più forti e più resistenti delle pareti originali della Città Canora, per proteggerla all’interno di una imponente e indistruttibile fortezza sopra le precedenti rovine.

Il corpo le dolette dallo sforzo, ma si rifiutò di lasciarsi andare e consegnare il nucleo a quella sciocca elfa. Non in quel momento, così vicina a poter guarire Zendikar e farlo tornare lo stabile mondo che aveva conosciuto tanto tempo prima.

Al sicuro nella fortezza, i colpi degli elementali diventavano sempre più smorzati al crescere dell’intensità della melodia. Nahiri sospirò. Poteva finalmente rimanere da sola.

"Nahiri."

Accidenti. Riconobbe la voce ancor prima di voltarsi. L’andatura di Jace sul pavimento in pietra era inconfondibile. Non aveva fatto caso alla sua presenza.

Si voltò e lo vide avvicinarsi.

"Se tenti di impossessarti del nucleo", gli disse Nahiri con una calma letale, "ti aggiungerò alla mia collezione di trofei intrappolati nel muro."

Quell'avvertimento lo fece fermare.

"Non ho intenzione di combattere con te", rispose lui, sollevando le mani in un movimento riconciliatore. "Ma. . .ti prego, andiamo su Ravnica. Penso che Nissa possa udire le nostre parole, se rimaniamo qui."

"Oh, lei potrà sentire ciò che faremo", rispose Nahiri, con la rabbia che cresceva dentro di lei. "Ascolterà e osserverà; poi, quando giungerà il momento della scelta, sceglierà di lasciare questo mondo spezzato e in rovina." Unì i pugni e iniziò a liberare il tetto della fortezza, per poter accedere al cielo.

Alzò lo sguardo e manipolò gli edri che aveva creato tanto tempo prima. Attirò ognuno di essi verso la Città Canora. Decine erano già vicino a loro. "No, Jace. Il nucleo non andrà su nessun altro piano. Rimarrà qui."

"Non avrei voluto contrastarti", le rispose, in un tono non aggressivo. Lei comprese ciò che era sottinteso. La metà silenziosa di quella frase: Ma lo devo fare.

"Ti prego", le disse.

Ma Nahiri non aveva alcuna intenzione di ascoltarlo. Non sopportava più quei deboli planeswalker che non erano in grado di vedere ciò che era di fronte a loro. Le sue mani tremarono dall’emozione mentre utilizzava la sua energia per posizionare gli edri al di sopra di Jace.

"Nahiri", disse Jace con voce allarmata. Gli edri si chiusero intorno a lui e iniziarono a roteare, imprigionandolo all’interno del loro cerchio. "Ti supplico di ascoltarmi!"

Nahiri non era più intenzionata ad ascoltare. Si sollevò in aria, avvolta dalla propria furia e dal proprio dolore. A un leggero movimento delle dita rispose un’energia di colore azzurro che avvolse le sue mani e che poi saettò verso gli edri, sigillando la prigione ad anello di Jace. Poi ordinò all'anello di stringersi.

Volle che il suo volto fosse l’ultima visione di Jace.

Con la coda dell’occhio, intravide un movimento. Conosceva quella forma, quella postura, quel pericolo silenzioso.

Nahiri si voltò e si ritrovò davanti il suo antico maestro. Quello che era diventato il suo nemico giurato. Sorin.

Era appoggiato a una delle pareti della fortezza, a pochi metri da lei. Il suo lungo mantello nero sventolava dietro di lui. Sul suo volto c’era un sorriso.

"Che cosa ci fai tu qui?", disse Nahiri a denti stretti.

Sorin non rispose. Sollevò semplicemente una mano, in un pericoloso gesto che lei conosceva bene. Il leggero movimento che preannunciava un tremendo attacco.

No, non anche tu. Nahiri mostrò i denti e urlò. Scagliò un enorme macigno direttamente verso il petto del vampiro.

Sorin svanì tra le rocce che si scontravano e Nahiri sospirò. Un istante dopo riapparve, sempre sorridendo. Come se non fosse successo nulla.

Nahiri sbatté le palpebre, confusa. Creò una connessione con le pietre sotto i piedi del vampiro e scoprì che non vi era alcun peso sopra di loro.

Questa è un’illusione, comprese. Creata da Jace.

La consapevolezza si formò nella sua mente un istante troppo tardi. Si ritrovò avvolta da una nebbia talmente spessa da non poter vedere oltre. Udì gli edri cadere a terra.

All’improvviso, perse il controllo dei propri pensieri.


Ha funzionato! Jace si sentì sollevato vedendo gli edri che cadevano a terra intorno a lui. Percepiva la mente di Nahiri che lottava per sottrarsi al suo controllo. Non avrebbe voluto arrivare a tanto, ma le sue opzioni erano limitate.

La melodia misteriosa della Città Canora si fece ancora più intensa.

Devo fare in fretta. Non si sentì sicuro di poter gestire la mente di Nahiri e una magia silenziante contemporaneamente.

Nahiri si piegò a terra e Jace le ordinò di rimanere immobile. Le si avvicinò con attenzione.

Mise una mano nella sacca sul fianco di lei.

Prese il nucleo litoforme.

Brillava come un faro all’interno della sua mano, pulsando delicatamente della sua promessa di potere.

La melodia ossessionante della città aumentò di volume e Jace venne invaso da una improvvisa e inspiegabile brama.

Vide se stesso manipolare l’energia del nucleo, risolvere ogni problema senza il bisogno di discutere o combattere. Senza il bisogno di mettere se stesso o i suoi amici in pericolo.

Grazie al nucleo avrebbe potuto facilmente cambiare il mondo con un solo pensiero. Avrebbe potuto cambiare tutti i mondi.

No, io non sono così. Jace allontanò quella tentazione dalla sua mente.

Gemette al tentativo della mente di Nahiri di liberarsi dal suo controllo con una forza ritrovata. Sul suo volto era visibile un’espressione di furore, evidente in ogni linea del suo corpo paralizzato. Quasi perse il controllo su di lei, per poi recuperarlo all’ultimo momento.

"Fammi uscire da questa fortezza. Apri la parete intorno all’ingresso", le ordinò.

La mente di Nahiri cercò di indietreggiare di fronte a quell’ordine, ma il suono in lontananza della pietra che veniva presa d’assalto dagli elementali si fece più forte.

Jace sussultò. Avrebbero dovuto cercare una soluzione per Zendikar insieme, non combattere tra loro.

Avrebbe potuto portare il nucleo su Ravnica. Avrebbe dovuto. Nahiri aveva detto che il nucleo avrebbe funzionato solo su Zendikar e lui voleva verificare questa ipotesi, lontano da quel mondo già danneggiato.

Sapeva anche che, se fosse scomparso con il nucleo senza dire nulla a Nissa, avrebbe perso per sempre la sua fiducia. Desiderava la sua amicizia e avrebbe avuto bisogno di lei nelle battaglie imminenti.

Jace avvolse il nucleo nel suo mantello e corse più velocemente possibile verso l’uscita della Città Canora. La melodia ossessionante si fece sempre più forte e penetrò fino alle ossa. Jace corse più velocemente di quanto ritenesse possibile. Doveva arrivare all’uscita prima che Nahiri riprendesse il controllo della propria mente e la chiudesse di nuovo. Doveva raggiungere Nissa.

Oltrepassò il cancello di marmo un istante prima di perdere il controllo della mente di Nahiri, che richiuse violentemente le pareti dell’antica città.

Al sicuro dall’altro lato, pensò con una leggera soddisfazione.

Non si accorse dell’enorme arto composto da radici e boccioli finché non se lo ritrovò addosso. Finché l’elementale non lo schiacciò a terra con una delle sue mani imponenti e non si sporse su di lui, oscurando il sole. Jace riconobbe Ashaya e ansimò.

"Devo parlare con Nissa", gridò. Ashaya aumentò la pressione sul suo petto.

Chiudendo un pugno, Jace creò l’illusione di fiamme intorno a loro, selvagge e roventi, nella speranza di distrarre la creatura e fuggire.

Ashaya non si lasciò ingannare.

L’elementale infilò un ramo nel mantello di Jace ed estrasse il nucleo litoforme.

"Aspetta", gemette Jace. L’elementale non lo ascoltò.

Esaminò quell’artefatto per alcuni istanti e poi lo pose dietro le proprie spalle.

Nella mano in attesa di Nissa.


Deve essere distrutto.

Questo fu il primo pensiero di Nissa al contatto con il nucleo litoforme.

Ascoltami.

Quello non era un suo pensiero, sebbene la voce suonasse familiare. Osservò dall’alto Jace dimenarsi nella presa di Ashaya. La sua espressione era supplicante.

Con esitazione, permise a Jace di accedere ai suoi pensieri.

Nissa, ti prego, dobbiamo porre fine a tutto questo, comunicò Jace con il pensiero. Ferma i tuoi elementali.

Se ci tiriamo indietro, Jace, Nahiri sfrutterà la tregua per sopraffarci. Sai molto bene quanto sia implacabile.

Ci fu un forte schianto, a cui seguì il movimento delle spesse pareti intorno alla città. Nahiri apparve al di sopra di quella confusione. Gli elementali fecero per attaccarla.

Ti prego, pensò Jace. Andiamo su Ravnica. Possiamo studiare insieme il nucleo.

Che cosa ti fa pensare che non possa involontariamente annientare Ravnica? rispose Nissa. Io ho visto i danni che il nucleo è in grado di creare. Dobbiamo distruggerlo.

Nahiri ha detto che non funziona se non su Zendikar. Potremo esaminarlo in sicurezza su Ravnica.

In lontananza, Nahiri iniziò a intrappolare gli elementali in prigioni di roccia con movimenti attenti, precisi e rabbiosi. Nissa rimase senza fiato alla vista di quattro pareti impenetrabili che si chiusero intorno a un elementale di fiume.

Nahiri non è rinomata per la sua onestà, Jace.

Stringendo i denti, Nissa spalancò le mani e scagliò un’ondata di energia verde contro Nahiri.

Ascoltami.

Nahiri lanciò un grido di battaglia e deviò l’energia di Nissa con una spessa parete granitica.

I guardiani. Può tornarci utile, pensò Jace, sempre stretto dalle radici di Ashaya. C’è qualcosa di cui non sei a conoscenza. Io. . . noi abbiamo altre battaglie che ci attendono, Nissa.

I guardiani non hanno vinto. Il nostro compito era proteggere ciò che amiamo. Non siamo riusciti a proteggerci l’un l’altro. Nissa provò una fitta al petto al pensiero del volto sorridente di Gideon e ai momenti di dolcezza e di speranza con Chandra. Alla sensazione, seppur momentanea, di aver trovato il suo posto insieme agli altri planeswalker. Tu eri parte della mia famiglia.

A decine di metri di distanza, Nahiri si stava aprendo la strada, avvicinandosi a dove si trovava Nissa, e gli elementali venivano abbattuti uno dopo l’altro dagli attacchi implacabili della Kor.

No, no, no. Nissa non poteva perdere questa battaglia. Il nucleo tra le sue mani si fece più rovente.

Ascoltami.

"Ti sto ascoltando, Jace", urlò lei. "Sei tu che non mi stai ascoltando!"

Non ascoltare lui. Ascolta me.

Il nucleo splendeva tra le sue mani. Nissa comprese il motivo per cui quella voce fosse così familiare. Vi era qualcosa nella cadenza, come se il pulsare, la vibrazione e il respiro dello Zendikar che lei conosceva bene avessero preso voce.

Chi sei? chiese.

Io sono me. Io sono te.

A poco più di dieci metri di distanza, Nahiri abbatté un elementale di terra con un gigantesco piede di roccia, cogliendolo di sorpresa. Crollò in ginocchio.

Nissa scagliò un groviglio di liane sulle caviglie di Nahiri. Perché mi stai parlando solo ora? chiese al nucleo.

Nahiri schivò le liane con un movimento e un salto eleganti, atterrando stabile sulle proprie gambe.

Ci fu un leggero brontolio nel ritmo della terra e nell’aria. Nissa comprese che Zendikar stava ridendo. Il sogghigno del nucleo corrispondeva alla pulsazione della terra.

Come? chiese. Era impossibile. Disorientante. Nissa non aveva il tempo necessario per risolvere quel mistero. Nahiri si stava avvicinando sempre di più.

Se questo era Zendikar, il vero Zendikar. . .

Nissa, ti prego! Dammi il nucleo! le parlò mentalmente Jace. Nissa lo ignorò.

L’oggetto che hai in mano è una parte antica di me. È molto potente, rispose la voce del nucleo.

Nissa aggrottò la fronte e scagliò un altro attacco a Nahiri. Perché? Perché gli antichi Kor l’hanno creato?

Per guarire i danni.

A meno di dieci metri di distanza, Nahiri respinse il secondo attacco di liane con una barriera di arenaria. Avanzò e si fermò a cinque metri da Nissa.

"Nissa, dammi il nucleo!", le urlò.

Mi aiuti, Jace? gli disse con il pensiero Nissa. Jace annuì ma, anche da lontano, Nissa ebbe la netta sensazione che stesse pianificando qualcosa.

Un istante dopo, percepì dei filamenti di potere farsi strada nella sua mente. Nissa comprese con terrore che Jace stava cercando di prendere il controllo della sua mente.

Recise il legame mentale tra loro e chiese silenziosamente ad Ashaya di fare in modo che Jace non potesse muoversi. L’elementale ubbidì e mise tutti i propri arti sul mago. Jace gemette.

"Ho conosciuto questo piano quando era integro", urlò Nahiri, "mentre il tuo desiderio è un qualcosa di spezzato!"

Nissa studiò l’avversaria, insicura su cosa rispondere. Nahiri era coperta di polvere e sangue, ma con una rabbia e una determinazione irrefrenabili. In quel momento, Nissa comprese quanto fosse sola.

Che cosa avrebbe fatto Gideon? pensò e poi cambiò pensiero. No, che cosa posso fare io?

Fidati della tua forza, le sussurrò il potere che aveva tra le mani.

"Spezzato non significa debole, Nahiri", rispose Nissa. "Spezzato non significa che non ci siano bellezza e redenzione."

"Queste sono le parole di una planeswalker spezzata", rispose a tono Nahiri, "che è solo capace a distruggere ciò che tocca."

Nissa strinse più intensamente il nucleo. Quelle parole la ferirono. . .ma non quanto l'avrebbero ferita in passato. Dietro l’espressione crudele di Nahiri, Nissa vide paura.

In quel momento, Nissa seppe ciò che avrebbe dovuto fare.

Proteggerò la mia casa e la mia famiglia. Continuerò a impegnarmi fino a riuscirci.

"Spezzato non significa una vita che non vale più la pena di vivere", disse Nissa, imponente e con un duro sguardo verso la litomante. "Tu sei ciò che Zendikar era un tempo, Nahiri. Io sono ciò che Zendikar è oggi."

Il dubbio attraversò la mente di Nahiri. Svanì rapidamente e Nahiri ringhiò e sollevò le braccia.

Apparve una moltitudine di edri, che fluttuavano dietro di lei. Iniziarono a roteare e muoversi secondo uno schema complesso, con flussi di energia tra loro.

Ogni elementale sul campo di battaglia indietreggiò e cercò un riparo. Nissa comprese in quel momento che Nahiri avrebbe preferito distruggere tutto pur di non ammettere di essere in torto. Avrebbe smorzato l’essenza dello spirito di Zendikar allo scopo di domarlo. Se Nahiri fosse stata lasciata libera di agire, Nissa avrebbe pianto la morte di un'altra anima di Zendikar.

Nella sua mano, il nucleo stava risplendendo come un faro.

Gli edri roteavano sempre più velocemente intorno a Nahiri, acquisendo potere. Come una tempesta un istante prima di scatenare la propria furia.

E se anche io portassi alla distruzione, pensò Nissa, proprio come Nahiri?

Fidati della tua forza, le sussurrò la sua casa.

Nissa chiuse gli occhi, fece un respiro profondo e immaginò uno Zendikar migliore. Uno Zendikar non definito e non ricoperto dalle ferite inflitte dagli Eldrazi. Uno Zendikar non inquinato dai veleni che avevano lasciato dietro di sé. Uno Zendikar più sano, ma sempre frammentato, pericoloso e splendido.

Il nucleo si fece più caldo e mormorò nel suo palmo. Percepì le leyline di Zendikar che si intrecciavano davanti a lei. Con una grande facilità, la magia di Nissa si unì alla magia del nucleo.

Nissa liberò il potere.

Ci fu un lampo. Seguito da un leggero ruggito. Una folata di vento attraversò Nissa, lasciandola senza fiato e con un aroma di cenere e pioggia. Un aroma di terra e di flussi. Una magia antica e terribile.

Il potere del nucleo si scontrò con quello degli edri, generando una pioggia di scintille e di energia. Il ruggito leggero diventò un urlò assordante. La luce divenne accecante. L’aria sembrò dissolversi.

Poi il nulla.

Nissa aprì lentamente gli occhi, terrorizzata da quel silenzio e dall’improvvisa sensazione di vuoto intorno a sé. Anche il nucleo era ritornato inerte.

Ciò che vide le paralizzò il respiro e le provocò una sensazione di panico nel petto.

La Città Canora era svanita. Ciò che rimaneva era una distesa di polvere. Stesso discorso per un enorme porzione di foresta. Tutto era stato trasformato in cenere.

In ogni parte del campo di battaglia, gli elementali giacevano immobili nella polvere.

"No", sussurrò correndo verso il più vicino. Una imponente incarnazione di un jaddi, con delicati fiori gialli che ne contornavano gli arti. Crollò in ginocchio di fianco alla creatura e mise una mano sulla sua ruvida pelle. "No." Non di nuovo.

Non di nuovo.

L’elementale si destò al suo tocco.

Aprì gli occhi, sbatté le palpebre come se fosse assonnato e si alzò in piedi, inizialmente in modo tremante e poi con una forza e una sicurezza crescenti. Le afferrò la mano, la strinse e Nissa lo percepì crescere. Più forte.

Le lacrime si formarono negli angoli degli occhi di Nissa alla vista degli elementali che si sollevavano, si toglievano la polvere di dosso e si ergevano più vivaci. Sentì scivolare il nucleo dalla mano e lo udì cadere sul terreno ricoperto di cenere. Ma ciò non era importante. Quell’antico artefatto era tornato silente. La sua luce si era spenta.

Aveva compiuto il suo destino, comprese Nissa, sorridendo. Aveva guarito il danno. Chiuse gli occhi e ascoltò.

Udì Nahiri sollevarsi da terra dolorosamente. A pochi metri di distanza, Jace fece lo stesso. Più lontano, tenere radici di jaddi spuntarono dal terreno di quella foresta. Ancora più lontano, la terra ricca e incontaminata iniziò a prendere il posto della desolazione che era la cicatrice della battaglia con Emrakul. All’orizzonte, Bala Ged rifiorì, con la foresta che si espanse a una velocità che solo una magia avrebbe potuto permettere.

Zendikar stava guarendo, trasformandosi in qualcosa di più sano e di più forte di ciò che era stato prima della battaglia con gli Eldrazi. Le cicatrici erano ancora presenti, ma rimanevano un ricordo, non la caratteristica più evidente.

Per la prima volta dopo moltissimo tempo, Nissa si lasciò andare a una risata spontanea e udì Zendikar ridere insieme a lei.

Mi devo fidare della mia forza, pensò.

Nissa evocò i suoi rampicanti e sorrise nel vederli crescere e intrecciarsi sotto di lei, sollevandola. Si voltò verso est e, muovendosi veloce come il vento, seguì le leyline della terra, volando sopra la foresta, verso Bala Ged, viaggiando in un modo di cui solo lei era a conoscenza. Viaggiava, con il mormorio sereno di tutto Zendikar nelle orecchie.

Nissa era finalmente a casa.


Jace raccolse il nucleo inerte e osservò Nissa svanire all’orizzonte. Prese in considerazione l’idea di chiamarla, ma comprese che sarebbe stato inutile. Quel giorno erano stati compiuti degli errori e anche lui aveva la sua parte. Ora comprese come si era dovuta sentire Nissa dopo la guerra su Ravnica.

Intorno a lui, gli elementali avevano un aspetto imponente e in salute, pieno di vigore. Uno dopo l’altro, si sciolsero nella terra o scomparvero negli alberi di jaddi.

Qualcosa sfiorò uno dei suoi stivali. Sorpreso, Jace indietreggiò e osservò a terra.

Nella polvere e nella devastazione intorno a lui, rampicanti e giovani germogli stavano spuntando dalla terra. Vigorosi e in crescita a un ritmo inaspettato.

Come la vita che torna a fiorire dopo il Torbido, pensò. Aveva letto del rifiorire della vita, ma non vi aveva mai assistito.

"Il suo potere è svanito?", chiese Nahiri, avvicinandosi a Jace e dando un calcio a un rampicante.

Jace impiegò alcuni istanti a comprendere che si stava riferendo al nucleo privo di peso nelle sue mani. "Non lo so."

"Non aveva alcun diritto di utilizzarlo", disse Nahiri con disprezzo.

"Penso che fosse la persona giusta per utilizzare questo potere", rispose Jace.

Nahiri aggrottò la fronte.

"Dobbiamo porgere le nostre scuse a Nissa", disse Jace. "Ci sbagliavamo."

Nahiri fece una smorfia. "Pensi di poter sistemare le cose così?", rispose bruscamente lei. "Con una scusa? Oggi ti sei fatto di nuovo dei nemici, Jace. Ma questa è la tua natura, vero? Ogni volta che cerchi di compiere una buona azione, non fai altro che peggiorare la situazione."

Jace non rispose. Non cercò di discutere e l’antica Kor si voltò e svanì, diretta su chissà quale piano. Stava iniziando a comprendere che alcune battaglie non valevano la pena di essere combattute.

Ma altre sì.

Nissa, pensò. Mi dispiace molto. Avrei dovuto ascoltare meglio.

Aveva generato così tanti danni alla sua amica e alla dimora che lei amava. E sapeva che il terribile senso di colpa che lo stava investendo in quel momento non sarebbe svanito facilmente.

In piedi tra la polvere di Zendikar e con il nucleo inerte in mano, circondato da nuova vita che spuntava e si sviluppava delicatamente intorno ai suoi stivali, Jace sperò che ciò che aveva detto Nissa fosse vero.

Che ciò che è spezzato può trovare redenzione.