Episodio 3: La pericolosa scalata, la lunga caduta

Posted in Magic Story on 21 Settembre 2020

By A. T. Greenblatt

A.T. Greenblatt is a mechanical engineer by day and a writer by night. She is the author of over two dozen science fiction and fantasy short stories and her piece "Give the Family My Love" won the 2019 Nebula Award for Best Short Story.
Sea of Clouds
Mare di Nuvole | Illustrazione di: Sam Burley

Giunta quasi alla fine della salita, Nahiri sorrise. L’enclave celeste di Murasa incombeva minacciosamente sopra di lei; Nahiri era sempre più vicina. Presto, tutte le ferite di questo piano sarebbero state curate. Grazie al nucleo litoforme avrebbe annullato il Torbido e avrebbe fatto tornare Zendikar lo splendido e pacifico piano che era millenni prima.

Lo Zendikar dei suoi ricordi.

Si accorse del fiato corto di Akiri, Zareth, Orah e Kayza dietro di sé, ma non rallentò il passo intenso. Non lo avrebbe fatto a poca distanza dalla meta.

Plasmò nuove scale in pietra, che schioccarono e scivolarono al loro posto seguendo i suoi silenziosi ordini.

Salirono al di sopra degli alberi di harabaz e alle imponenti scogliere di Baia dello Sfascio, fino a un’altezza alla quale l'aria era limpida e fredda. Salirono fino a dove le goccioline lanciate in aria dalle cascate delle rovine incontravano le loro vesti intrise di sudore, rendendo il cammino instabile. Salirono fino a un’altezza alla quale Nahiri poteva quasi toccare gli intricati intagli delle parti più basse dell’enclave celeste.

Solo in quel momento Nahiri avrebbe avuto bisogno dei suoi compagni di avventura. La vista acuta di Zareth, la discreta solerzia di Orah, la mente rapida di Kayza e le poderose abilità di lanciafuni di Akiri. Intorno a loro, l’enclave celeste fluttuava in una serie di blocchi in rovina. Alcuni erano grandi a sufficienza per cascate, alberi e aree pianeggianti. Alcuni avevano le dimensioni della stessa Nahiri. Edri in posizione completavano gli spazi vuoti tra le rovine, scintillando alla luce del sole.

Nahiri aggrottò la fronte.

Era stata lei a creare quegli edri. Secoli prima, quando aveva pensato che imprigionare gli Eldrazi su Zendikar fosse la scelta migliore. Quando Sorin e Ugin erano al suo fianco a rassicurarla con sussurri della loro presenza in qualsiasi momento lei avesse avuto bisogno di loro.

Gli edri erano ora sparpagliati e inclinati ad angoli innaturali e Zendikar era segnato da profonde cicatrici scavate dalla furia degli Eldrazi.

Presto sistemerò tutto, pensò Nahiri stringendo i denti. Continuò a camminare di buon passo.

Più salivano, più infido diventava l’ambiente intorno a loro. Il sole li colpiva in momenti imprevisti, le rovine brontolavano e gemevano sotto i loro piedi e gli appigli erano scivolosi per l’acqua e le alghe. Alla fine, neanche Nahiri sarebbe stata in grado di prevedere quali pezzi di roccia avrebbero retto il loro peso e quali invece si sarebbero dimostrati alleati stizzosi; tutti avevano un aspetto solido e fidato fino al momento in cui avessero applicato la pressione del loro corpo. Più di una volta un membro della compagnia perse la presa, per essere subito afferrato da una fune di Akiri o dalla litomanzia di Nahiri. Furono necessari riflessi rapidi e, nel momento in cui raggiunsero la rovina più grande, tutti avevano i nervi molto tesi.

"Da che parte dobbiamo andare?", chiese Akiri portandosi al fianco di Nahiri.

Davanti a loro, l’enclave celeste di Murasa era un labirinto di canali torreggianti di un calcare intagliato nelle cui crepe era cresciuto muschio e di snelli e pericolosi ponti sull’abisso.

Fu in questo posto che Nahiri comprese che quell’enclave celeste era una trappola mortale.

"Andiamo a scoprirlo", rispose con un ghigno sul volto. L’antica Kor aveva una sfida letale da affrontare, che accettò con grande determinazione.

Nahiri estrasse la chiave dalla tasca. Si mise lentamente a brillare e a pulsare nella sua mano. La sollevò, in direzione di quelle antiche rovine.

E le antiche rovine risposero.

La pietra sotto i loro piedi iniziò a splendere e a pulsare a un ritmo sincopato insieme alla chiave; le pietre intorno alla compagnia si accesero di una luce intensa. La zona illuminata diventò poi una singola linea, a guidarli verso il profondo delle rovine. Dietro di lei, Nahiri udì Orah sussultare.

"Una via d’ingresso", commentò Akiri stupefatta.

"Esatto", rispose Nahiri, "ma fate molta attenzione. Questa enclave celeste è antica. E non gradisce intrusi." Vide Zareth stringere una spalla di Akiri, che rispose appoggiando una mano su quella di lui. Orah incrociò lo sguardo con Kayza.

"D’accordo", rispose Kayza con entusiasmo.

Nahiri sorrise. Ottimi avventurieri.

Seguirono in silenzio la via illuminata dalle rocce, con l’istinto che li avvertiva della presenza di una magia antica e potente. Zareth, il più lesto e cauto del gruppo, andava spesso in esplorazione per primo. Trovò trappole colme di veleni e arcate pronte a collassare e guidò i compagni lungo vie sicure.

Queste erano solo una piccola parte dei pericoli dell’enclave celeste consumata dal tempo.

Alla distanza, man mano che gli edri si muovevano negli spazi intorno alle rocce, si udiva sempre il rumore di pietra che si stava sgretolando. Nascosti nell’oscurità dei pilastri e delle crepe, udirono il grattare di artigli invisibili. Ogni volta che le ombre si avvicinavano troppo, Nahiri faceva crepitare di luce azzurra un edro e le ombre indietreggiavano.

Ad esclusione di quelle ombre, Nahiri e la sua compagnia di avventurieri riuscirono ad avanzare senza fastidi.

Come se il nucleo volesse essere trovato.

Il pensiero fece sorridere Nahiri.

La via illuminata terminò su una parete imponente, ricoperta da tasselli che formavano uno schema frastornante di forme e linee. Alla base della parete, il percorso illuminato si accese un’ultima volta e poi si spense. Non vi erano altri ingressi o passaggi intorno a loro.

"E adesso?", chiese Zareth a braccia conserte.

"Potremmo farla esplodere", suggerì Kayza con un tono che non ne celava la speranza.

"No", rispose Nahiri. Con una mano si portò la chiave al petto. Appoggiò poi l’altro palmo alla parete. Chiuse gli occhi e percepì minime vibrazioni sotto le sue dita. Nella lingua della pietra, in quel delicato e silenzioso linguaggio, chiese "Come posso attraversarti?"

La risposta della parete giunse sotto forma di vibrazioni variabili, che la guidarono verso il punto di contatto tra i tasselli e il terreno. Seguì il movimento invisibile della pietra, fino a un punto in basso parzialmente nascosto e privo di tasselli.

Un punto che aveva esattamente le dimensioni della chiave che teneva in mano.

Nahiri sorrise e infilò la chiave in quella cavità.

La chiave pulsò e si illuminò intensamente, diffondendo una luce lungo i tasselli come una reazione a catena e illuminando l’intera parete. Dietro di sé, Nahiri udì gli avventurieri sussultare leggermente.

"Apriti", ordinò Nahiri nell’antica lingua dei Kor.

La porta si aprì. I tasselli si mossero, uno dopo l’altro, come una cascata che risale fino in cima, con un rumore simile a quello di gocce di pioggia.

Pochi istanti dopo, la compagnia si ritrovò davanti una gigantesca caverna.

"Tutto qua?", chiese Kayza con un tono di delusione. "Chiunque avrebbe potuto farlo."

"Pochissime persone sono in grado di leggere le rune", rispose Nahiri, "o di parlare la lingua dimenticata."

"Poi, nessuno è sciocco come noi da salire fino a qui", commentò Akiri. La donna Kor aveva un sorriso sul volto, espressione che Nahiri non le aveva mai visto prima. Entrò nella caverna. "Andiamo. Mettiamo le mani su questo tesoro."


Lithoform Engine
Ordigno Litomorfico | Illustrazione di: Colin Boyer

Akiri chiese a Orah e a Kayza di rimanere all’erta nel retro della caverna, vicino all’uscita. Sapeva che erano stati molto fortunati fino a quel momento dell’avventura. Akiri era una scalatrice troppo esperta da illudersi che quella fortuna continuasse a durare in eterno.

Aveva perso la sua prima compagnia anni prima, a causa degli Eldrazi. Non avrebbe accettato di perdere anche la seconda.

Essere pronta ad agire rapidamente. Questo era ciò che poteva fare.

Akiri, Zareth e Nahiri esaminarono insieme la sala al centro di quella stanza, avvicinandosi all’oggetto che stava attirando la loro attenzione.

Un oggetto che sarebbe stato impossibile ignorare.

Su una piattaforma sollevata di fronte a loro si trovava un monolito di scuro e levigato granito, affusolato e con un’apertura al centro. Fasci di luce penetravano attraverso il soffitto, diretti verso il monolito, intorno a cui danzavano alcuni edri. Intensi crepitii di luce oscura si formavano tra gli edri e il monolito, evidenziando ancor di più il silenzio in cui era immersa quella stanza.

Al loro avvicinarsi, la parte superiore del monolito si sollevò e tra le due metà della base in granito, splendente come un faro oscuro, videro il nucleo litoforme.

Akiri non ebbe la sensazione di un nucleo imponente in alcun modo. Era minuto, sarebbe stato in una sola mano, ma non così piccolo da chiudere completamente le dita su di esso. Splendeva come una piccola stella, ma non aveva alcun ornamento, bensì era quasi liscio.

Akiri aveva però imparato che gli artefatti... o le persone... più potenti potevano nascondersi sotto sembianze all’apparenza innocue.

Akiri si fermò a un metro dalla piattaforma, tesa e pronta a scattare. Afferrò la mano di Zareth al suo fianco, rassicurata dal suo calore. Nulla dell’enclave celeste dava loro un’idea di stabilità.

Nahiri continuò ad avanzare.

Vicina, sempre più vicina, finché Akiri non vide il volto di Nahiri riflesso sulla superficie del monolito. L’espressione di Nahiri era di pura determinazione.

"Finalmente", sospirò Nahiri. "Questo cambierà Zendikar per sempre."

Di fianco a sé, Akiri percepì Zareth sussultare. Tutte le sue preoccupazioni e le sue paure riguardo a quel nucleo trasmesse da un movimento involontario.

Akiri fece per dirigersi istintivamente verso quella piattaforma con l’intenzione di afferrare il nucleo, pur sapendo che, molto probabilmente, era protetto da una trappola. Zareth le mise una mano sulla spalla, ma lei gli rispose con un cenno rassicurante della testa e continuò ad avanzare. Pensò che, se fosse stata abbastanza rapida e discreta, avrebbe potuto innescare chissà quale marchingegno in attesa.

Il nucleo si illuminò di una luce intensa e pungente al suo avvicinarsi, come un avvertimento. Ebbe l’impressione di udire un leggero sussurro provenire da quell’oggetto, come una serie di preghiere recitate a bassa voce. O forse una serie di minacce.

Per Zendikar, pensò; ponendo un freno alla tensione dentro di sé, Akiri tese una mano.

"Attenta." La mano di Nahiri afferrò quella di Akiri al polso in un battibaleno. Akiri si voltò verso Nahiri. La luce crepitante sopra di loro illuminò il volto di Nahiri, svelando un pericoloso luccichio nei suoi occhi. Era un qualcosa che Akiri non aveva mai visto, neanche quando Nahiri aveva affrontato lo sconquassatore a Baia dello Sfascio.

Anni di esperienza nel lancio di funi avevano insegnato ad Akiri quando correre rischi. E anche quando procedere con cautela.

Aspetta. Osserva, pensò facendo un passo indietro e riportandosi di nuovo al fianco di Zareth. Cercò il contatto con la sua mano e la strinse forte. Lui rispose a quella presa.

Meglio che sia l’antica straniera a occuparsi dell’antico artefatto, si disse. Una piccola parte di lei si sentì sollevata all’idea di non dover essere proprio lei su quella piattaforma.

Con il cuore in gola, Akiri osservò Nahiri muovere un palmo verso alla base del nucleo litoforme, chiudere le dita su di esso e portarlo lentamente a sé.

Image from Trailer – Nahiri reaching for lithoform core

Per un istante, vi fu un assoluto silenzio. Un istante sufficiente per Akiri per respirare. Un istante sufficiente per sperare.

Poi ci fu uno schiocco e la stanza intorno a loro iniziò a disintegrarsi, cadere, implodere su se stessa.

La dose di fortuna è terminata, pensò Akiri. Si voltò e gridò "Nahiri, dobbiamo andarcene... subito!"

Più vicini all’uscita, Orah e Kaza si erano già messi a correre. Dietro di lei, Nahiri scese di corsa gli scalini della piattaforma, mettendo il nucleo in una sacca appesa al fianco. Di fianco a lei, Zareth correva quanto lei.

Pur dirigendosi rapidamente verso l’uscita, Akiri poteva percepire il terreno tremare sotto i suoi piedi e comprese che quella non era opera di una trappola dell’enclave celeste di Murasa.

Era il Torbido che stava scuotendo terra e cielo, facendo sbriciolare l’enclave celeste. Forse stava reagendo a quel rilascio di magia. Forse era solo una sfortunata coincidenza. Akiri non poteva saperlo.

Di fronte a lei, il pavimento sotto Orah e Kaza si spostò e oscillò come un’onda.

"Attenti!", urlò, ma un altro assordante schiocco coprì il suo avvertimento.

Il pavimento in pietra oscillò e si fratturò, sbalzando all’indietro Kaza e Orah. Il terreno sotto di loro si stava inclinando sempre di più, costringendo la maga e il chierico ad aggrapparsi con le dita.

Poi sussultò. Kaza e Orah persero la presa e gridarono. Caddero, scomparendo dalla vista.

"No!", urlò Akiri. Si sporse dall’orlo, troppo lentamente, troppo tardi per poterli afferrare.

Uno straziante istante dopo, molto più in basso, Kaza riapparve, sorretta dal suo bastone magico, con Orah avvinghiato alla sua cintura.

Akiri emise un sospiro di sollievo, con un brivido lungo tutto il corpo.

"Non ti fermare!", le gridò Zareth. Non era sicura se lui stesse parlando a lei o agli altri membri della sua compagnia.

A entrambi, pensò rimettendosi a correre.

La paura strinse lo stomaco di Akiri mentre lei cercava di scattare e le strutture intorno si frantumavano lasciando penetrare la luce del sole. Kaza e Orah sarebbero riusciti a salvarsi? Aveva portato i suoi compagni alla morte?

No, erano persone valide e con grande talento. Non sarebbe andata a finire come con la sua prima compagnia di avventurieri. Sarebbero tornati a casa sani e salvi.

Per lei era fondamentale crederci.

Ora doveva concentrarsi solo sul portare in salvo Zareth e Nahiri.

L’unica cosa che avrebbero potuto fare in quel momento era cercare di uscire vivi dall’enclave celeste.


Akiri, Fearless Voyager
Akiri, Viaggiatrice Impavida | Illustrazione di: Ekaterina Burmak

Nahiri corse, cercando di tenere insieme le rovine con la sua litomanzia per il tempo necessario affinché superassero il precario ponte in pietra. La tentazione di mettersi in salvo viaggiando verso un altro piano si fece strada nella sua mente. No, non avrebbe più abbandonato Zendikar nel momento del bisogno. L’enclave celeste di Murasa era per lei una sfida da cui non si sarebbe tirata indietro.

Nella sacca appesa al suo fianco sembrava che il nucleo stesse sussurrando, ma Nahiri non aveva il tempo per ascoltare.

L’enclave celeste si stava sgretolando senza il nucleo. Il Torbido, quel dannato Torbido, stava scatenando venti intorno a loro e trasformando una situazione già pericolosa in qualcosa di mille volte più complicato.

Non sarebbe stata in grado di tenere insieme l’enclave celeste e a bada il Torbido nello stesso momento.

Per lo meno, non lo era ancora.

Corse per raggiungere Akiri e Zareth, con una rabbia interiore in continua crescita.

Si ritrovarono in un vicolo cieco. Davanti a loro, le isole delle rovine ricoperte di alberi fluttuavano a mezz'aria tra alcuni edri. Con un lancio magistrale, Akiri scagliò la sua fune, che si agganciò al bordo di una roccia alla deriva.

Image from Trailer – Akiri Zareth Nahiri dead end

"In fretta!", disse prima di oscillare sull’imponente piattaforma inclinata sotto di loro. Zareth lanciò un’altra fune e Nahiri si preparò, ma un possente vortice alla distanza attirò la sua attenzione.

La sua distrazione momentanea fu troppo lunga. Prima che Nahiri o Zareth potessero saltare, l’enclave celeste sussultò e si spostò di nuovo.

Nahiri riuscì a fatica a mantenere l’equilibrio e vide che la piattaforma su cui si trovava Akiri si stava allontanando da loro.

"Veloce", disse Zareth tendendole una mano. Nahiri comprese che sarebbero saltati insieme.

Nahiri valutò la possibilità di rifiutarsi. Questo Ingannevole, che lei non sopportava affatto, avrebbe potuto lasciarla cadere. Nonostante i suoi inganni, sapeva che Zareth era una persona d’onore che non avrebbe ucciso a sangue freddo.

Nahiri afferrò la fune di fianco a Zareth e, mentre lui si stava preparando, gli sussurrò, "So che vuoi impossessarti del nucleo."

La sorpresa si dipinse sul volto del tritone e, prima che potesse risponderle, Nahiri ordinò alla pietra sotto di loro di spingerli verso l'alto.

Per un drammatico istante privo di gravità, tutto ciò che Nahiri vide fu il blu del cielo. Sconfinato e spietato.

Pochi momenti dopo, atterrarono sulla piattaforma. Nahiri arrestò il suo movimento in modo leggiadro. L’espressione di Zareth si trasformò in puro sollievo alla vista di Akiri. Lei lo aiutò a rialzarsi e fece un leggero cenno con la testa a Nahiri.

La fuga era ricominciata.

Il rumore era implacabile quanto le folate di vento che sferzavano i loro volti e le loro vesti mentre l’enclave celeste intorno a loro si stava sbriciolando. I delicati ponti in pietra si ruppero e precipitarono e gli edri sfuggirono al controllo, sfiorandoli per pochi centimetri.

Questo era Zendikar nella sua forma più distruttiva, pericolosa e angosciosa e Nahiri lo detestava.

Continuò a correre, a schivare, a fuggire.

Finché non apparve il vortice.

Emerso senza avvertimento attraverso il pavimento della rovina fluttuante. Come un tornado, strappò tutto e tutti nel suo cammino. Pochi secondi prima, Zareth era balzato su una piattaforma all'altro lato della voragine. Nahiri non lo vide più. Akiri si arrestò, con la fune in mano, mentre il turbine di pietre e polvere intorno a loro si faceva sempre più frenetico.

"Vai!", urlò Nahiri. Akiri le rispose con un cenno e poi scese lungo la fune.

Nahiri si voltò e, con le gambe incrociate e le braccia spalancate, fece una smorfia e affrontò il vortice.

Image from Trailer – Nahiri facing the vortex

Ti piegherò al mio volere, pensò. Come aveva fatto al Torbido in Akoum, come aveva fatto con Sorin e con molti altri nemici del passato. Allargò le dita e lasciò che il suo furore e la sua colpevolezza fuoriuscissero insieme alla sua magia.

Un pezzo dopo l'altro, il vortice rallentò e poi si arrestò, diventando innocuo.

Nahiri sorrise, vittoriosa.

Fu però un trionfo dalla breve durata. Il vortice si fece di nuovo intenso. Come una diga sul punto di crollare, aveva trattenuto così tanta rabbia e forza da respingere Nahiri, incapace di controllarlo più a lungo.

Nahiri venne sbalzata dal bordo della rovina.

Intorno a lei fu solo cielo, un blu e freddo cielo. Nahiri si voltò a mezz'aria e vide la fune di Akiri a pochi centimetri da lei. Cercò di afferrarla con una mano.

E la mancò.

Stava precipitando.

Nahiri, a cui era salito il cuore in gola, evocò ogni brandello di potere rimasto per rallentare la sua caduta. Finché qualcosa non le afferrò un braccio.

"Presa!", ansimò Akiri, sorridendo. Con l’aiuto di Zareth, sollevò Nahiri sulla piattaforma.

Le guance di Nahiri bruciavano dalla vergogna. "Andiamo", disse, facendo poi muovere le rovine fluttuanti a formare un ponte. Lo percorse correndo. Dietro di lei, il tumulto di caos e distruzione divenne sempre più intenso e più vicino.

Nahiri strinse i denti. Era sicura che non sarebbe riuscita a guarire Zendikar solo con la sua litomanzia.

Il nucleo nella sua sacca le sussurrò di nuovo, ma Nahiri continuò a non ascoltarlo. Sempre di corsa, pianificò la mossa successiva.


Cinderclasm
Braceclasma | Illustrazione di: Campbell White

Nahiri atterrò su un tratto dell’enclave celeste di Murasa che non era stato danneggiato, seguita a breve distanza da Zareth e Akiri. Era il primo luogo non in rovina e non traballante che avessero raggiunto. Nahiri impiegò alcuni attimi per comprendere ciò che non quadrava.

Perché c’è della lava qui? si chiese, perplessa, studiando l'area intorno a sé. La consapevolezza la colpì... il Torbido aveva modificato il panorama dell’enclave celeste, come aveva precedentemente fatto a molte altre zone di quel piano. Nissa aveva detto che il Torbido aveva avuto inizio come risposta nei confronti degli Eldrazi e che era il modo in cui Zendikar combatteva ciò che gli era estraneo. Apparentemente, ora stava cercando di combattere lei.

Vuoi dire che stai cercando lo scontro? Nahiri fece un sorriso maligno.

Il pavimento sotto di lei esplose in getti di fuoco e cenere. Nahiri venne scagliata all’indietro e un immenso e furioso elementale emerse dal terreno, come se fosse nato dalla lava stessa. Il suo imponente busto e gli enormi pugni irradiarono calore, un fuoco crepitante che volse gli ardenti occhi rossi verso Nahiri. Uno sguardo colmo di odio.

Nahiri si portò una mano dietro la schiena e, un istante dopo, strinse una spada di pietra lucente completamente formata. Se questa cosa era alla ricerca di una sfida, Nahiri gliel'avrebbe offerta. Con piacere.

Zareth fu però più rapido. Con instancabile coraggio, si lanciò contro l’elementale con il tridente tra le mani. Un arco di energia scaturì dall’arma e circondò la creatura, colpendola in pieno petto.

L’elementale sembrò non accorgersene. Voltò lo sguardo verso Zareth, sollevò entrambi i pugni ardenti e li abbatté sul tritone.

Veloce come un lampo, Akiri si gettò di fronte a Zareth con un braccio sollevato; il guanto sul suo polso brillò e fece apparire un disco come scudo tra lei e il mostro. I pugni dell’elementale si scontrarono con lo scudo. Akiri gemette e si accasciò. La creatura ringhiò dalla rabbia e sollevò le braccia per colpire di nuovo.

Nahiri vide Akiri e Zareth stringersi per reggere un altro colpo e si rese conto che non sarebbero sopravvissuti.

Disegnò un arco in aria con una mano mentre teneva la spada nell'altra e sollevò la terra verso il cielo. Udì appena il sussurro mentre estraeva il nucleo dalla sacca.

Il movimento fu una distrazione per l’elementale, che dimenticò le due figure a terra e si concentrò su Nahiri. O, più precisamente, sul nucleo nella sua mano.

"È questo ciò che vuoi?", urlò Nahiri.

L’elementale ringhiò e si lanciò verso Nahiri, a pugni serrati, sempre più vicino.

Nahiri sollevò la spada, pur sapendo che non sarebbe stata sufficiente. Da sola non sarebbe riuscita a sconfiggere quell'abominio creato dal Torbido. Abbassò quindi la spada. Guardò il nucleo litoforme nella sua mano.

Devo usarlo? si chiese.

I sussurri del nucleo continuarono, ma lei non fu in grado di comprenderne le parole.

Non sarebbero state importanti le parole. Solo i fatti.

Udì Akiri urlare da lontano e volse lo sguardo verso il terreno. Zareth stava correndo verso il mostro. No, si rese conto che in realtà stava correndo verso di lei, con il tridente carico di energia che danzava tra le punte. Sul suo volto era presente una cupa determinazione.

Nello stesso momento, l’elementale ringhiò e si lanciò all’assalto.

Image from Trailer – Nahiri facing the elemental

Questo fu il momento in cui Nahiri prese la sua decisione.

Sollevò il nucleo e facilmente, molto facilmente, ne incanalò il potere nella sua mano.

Il mondo crepitò di energia oscura. Poi si trasformò in un intenso colore bianco. Il colore venne nascosto dalla lucentezza, il suono scomparve nel ruggito e, per un momento, fu il nulla. Nahiri non vide nulla. Non udì nulla.

Non provò nulla.

Il suo mondo era limpido.

Quando la luce proveniente dal nucleo si affievolì, tutto intorno a Nahiri era di un grigio cinereo. Era rimasto solo il silenzio e l’elementale era completamente scomparso.

Nahiri sorrise, vittoriosa. Aveva trionfato.

La voce straziante di Akiri ruppe quel silenzio. "Zareth!"


Wasteland
Lande Desolate | Illustrazione di: Adam Paquette

Akiri cadde sulle ginocchia e abbracciò il freddo corpo rigido della persona che amava. Sbatté le palpebre nel desiderio di sbagliarsi, nell’illusione che fosse solo uno scherzo crudele. Non poteva essere successo.

La mano di Zareth era incurvata come nel tentativo di afferrare qualcosa. Le sue labbra erano spalancate come in un grido silenzioso. Ma furono gli occhi che avrebbero tormentato i sogni di Akiri per molto tempo.

Gli occhi di Zareth, sempre splendenti e ricchi di vita, avevano perso ogni traccia di luce.

"Zareth . . .", ansimò Akiri reggendo a sé il corpo dell’amico, il corpo del suo amore. Non poteva essere. Non poteva . . .

Percepì l’ombra di Nahiri su di sé. Si guardò intorno e vide il nucleo litoforme a terra, a pochi metri da dove Akiri si era inginocchiata tra le ceneri.

Nahiri fece per raccoglierlo, ma Akiri fu più veloce. In un battibaleno, Akiri si sollevò in piedi e indietreggiò lontano da quella strana e antica donna Kor.

"Che cosa è questo . . .affare, Nahiri?", le chiese. Il nucleo era caldo, delicatamente brillante nella sua mano, come un cielo terso in una giornata perfetta per i lanciafuni.

"Quella è la fine delle tempeste e dei cataclismi", rispose Nahiri con voce calma e razionale. Si avvicinò, "La fine dei mostri infernali. Quella è la nostra occasione."

Akiri pensò alla devastazione intorno a sé e al cadavere sul terreno. "La nostra occasione?"

Nahiri non rispose. Fece semplicemente un altro passo avanti. Poi un secondo.

Akiri barcollò all’indietro, conscia di essere vicina al baratro sul cielo aperto.

"L’occasione di Zareth?", urlò indicando il cadavere. "No. Questa non è un’occasione." Non poteva permettere che Nahiri si avvicinasse. Non poteva permetterle di avere il nucleo.

Zareth aveva ragione riguardo a Nahiri. Aveva ragione.

Nahiri continuò ad avanzare. La paura strinse il cuore spezzato di Akiri e, quando sentì il bordo del terreno quasi sotto i suoi piedi, si arrestò.

"No", disse Akiri tenendo il nucleo oltre il bordo, pronta a lasciarlo andare, pronta a liberarsi di questo terribile e letale premio.

Lo sguardo di Nahiri andava però oltre. Akiri si voltò e vide un edro che si stava sollevando verso di lei, a una distanza raggiungibile da una fune. Avrebbe solo dovuto lanciare una fune . . .

L’edro scintillò e un’oscura energia fuoriuscì e la trafisse; Akiri non riuscì più a muovere un muscolo. Paralizzata, vide Nahiri farsi avanti.

Sempre più vicina.

Image from Trailer – Akiri Frozen

Con la massima calma, Nahiri raccolse il nucleo litoforme dalla sua mano insensibile.

Nahiri si avvicinò ancor di più e sfiorò Akiri su una guancia. Fu solo in quel momento che Akiri si rese conto che le sue guance erano velate da lacrime.

"Mi dispiace, Akiri, davvero", le disse Nahiri con tono seriamente rammaricato. Ma ciò che Akiri vide sul volto di Nahiri erano solo determinazione e implacabilità.

Avrebbe voluto gridare, ma non aveva il controllo della propria voce. Avrebbe voluto afferrare le sue funi, ma i suoi muscoli non rispondevano ai suoi comandi. Akiri non fu in grado di fare nulla nel momento in cui Nahiri le mise una mano su una spalla. E spinse.

Akiri si piegò all’indietro.

E cadde.

L’ultima visione di Akiri fu Nahiri in piedi, con uno sguardo freddo e calcolatore e con il nucleo che volteggiava sopra il suo palmo aperto.

Poi non ci fu altro che il cielo. Sconfinato e crudele.

Image from Trailer – Nahiri looking down at Akiri

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