Episodio 3: ... o taccia per sempre

Posted in Magic Story on 10 Novembre 2021

By K. Arsenault Rivera

K. Arsenault Rivera is the author of the Ascendant trilogy, as well as a writer on Batman: The Blind Cut and The Shadow Files of Morgan Knox. She's a lifelong Brooklynite who has never met a hobby she didn't like. To celebrate the release of her debut novel, she got a Magic: The Gathering tattoo.

Le vetrate colorate non vengono realizzate nel giro di una notte.

Per crearle, prima devi decidere ciò a cui vuoi dare forma e poi come poterlo fare. Questa fase iniziale può durare mesi, soprattutto se il vetraio e l’artista collaborano. Vengono prese in considerazione forme e linee grezze, insieme anche ai frammenti più piccoli che vengono inseriti qua e là per impressionare l’osservatore. Quante piume sulle ali di un angelo? Quante scaglie sulla testa di un serpente? Quante zanne che riflettono in modo infido la luce? L’intera immagine e i minimi dettagli... tutto deve essere preparato. Devi comprendere ciò che andrai a realizzare ancor prima di iniziare.

Solo a quel punto puoi iniziare a metterci mano.

A questo punto passi alle lunghe ore, alle lunghe settimane, ai lunghi mesi di lavoro. Ogni piuma, ogni scaglia, ogni zanna deve provenire da un diverso pezzo di vetro, colorato nel modo adatto al suo scopo. Utilizzi un ferro rovente per tagliare i pezzi, nella speranza che nessuno si rompa nel momento sbagliato. Un pezzo dopo l’altro, trascorrendo il tempo insieme ai tuoi assistenti.

Anche nel momento in cui tutti i tuoi pezzi sono tagliati e arrotondati in modo perfetto e abbinati tra loro nella giusta posizione, il lavoro non è ancora terminato. Le opere in vetro colorato sono troppo deboli a livello meccanico. Devi unire tra loro ogni parte in modo che vada a formare una struttura compatta. Suddividere l’opera in pannelli: piume, scaglie, zanne... ognuna al posto giusto. Inserirla in una struttura di ferro e, finalmente, la tua creazione è pronta.

Se sei fortunato, passeranno anni prima che qualcuno la faccia tornare a frammenti scagliandoci contro un angelo.

Sorin ha visto molte vetrate colorate nella sua lunga esistenza. Ne ha fatte realizzare molte lui stesso. Il processo lo ha sempre affascinato. Come l’architettura, sua abituale compagna, si tratta del lavoro di secoli e solo lui e pochi altri come lui hanno la fortuna di poterlo apprezzare a pieno.

Non è la prima volta che si trova di fronte quell’opera, ma in quel momento così particolare ha l’occasione di apprezzarla. In cima si trova Olivia Voldaren, con il suo ampio sorriso e due calici di sangue a fare da cornice al resto della vetrata. Quanto tempo era stato necessario per realizzare questo monumento all’ego di Olivia? Quante lunghe ore sono state spese per plasmare ogni linea delle sue labbra, ogni gioiello, ogni minima parte delle ciglia?

Mentre le altre famiglie utilizzano occasioni come questa per mettere in mostra la propria discendenza, Olivia punta invece su se stessa. Sono presenti altri elementi... piume, scaglie e zanne... ma è lei a essere al centro di ogni cosa. Dalla sua presenza proprio in cima al suo ritratto . . . alla sua presenza ora alla base della vetrata, stretta a Edgar Markov.

Edgar, Charmed Groom
Edgar, Sposo Incantato | Illustrazione di: Volkan Baga

Formano una scena sontuosa e allo stesso tempo dolorosa: lei con il suo stuolo di spiriti afflitti, lui nel suo elegante abito. Osservandoli, comprende che questi sono solo i dettagli. I suoi famigliari riuniti, che lo osservano con indifferenza; gli invitati, assetati tanto di sangue quanto di tragedie; il nonno depredato. Ogni elemento era collegato all'altro, come ogni pannello connesso al successivo: vampiri che scorrazzano, lui che crea l'angelo, l'angelo che muore, lui umiliato, Olivia che riempie il vuoto di potere che lui ha lasciato alle sue spalle.

Olivia appoggia le labbra a un calice e lo indica con un ghigno e uno sguardo che sembrano dire che avrebbe potuto essere qualsiasi cosa. Qualsiasi segno di debolezza sarebbe stato sufficiente. Qualsiasi disastro su Innistrad le avrebbe offerto una possibilità. Quella donna brama il potere con lo stesso desiderio che hanno le piante di incontrare la luce.

Le gesta di Olivia sono sempre state legate a questo suo obiettivo.

"Benvenuti a tutti! È un enorme piacere ricevere così tanti ospiti. Non avrei potuto gustarmi un matrimonio senza una grande presenza della famiglia dello sposo. Sarebbe stato un gran peccato."

Il modo affettuoso in cui il nonno le stringe la mano gli fa venire una enorme voglia di urlare. Edgar Markov aveva raramente speso parole per la prima moglie, mentre erano in vita. Era inaspettato che mostrasse una tale dolcezza nei confronti di questa donna . . .

Un coro di risate educate si alza dalla sua famiglia allargata. Non guardano verso di lui, ma Sorin percepisce la loro derisione, come pugnali conficcati in gola.

"Ora, so che siete tutti onorati di essere qui e che stiate morendo dalla voglia di assistere al momento fatidico. Perdonatemi, ma ho ancora qualcosa da mostrarvi. Un piccolo antipasto, se mi permettete, e un regalo per il mio caro Edgar. Thrall!"

Schiocca le dita.

All’inizio, sembra che non stia avvenendo nulla. Un fragile frammento di speranza che i servitori si siano finalmente ribellati alla sua tirannia.

Un frammento di speranza che viene spezzato istantaneamente da un semplice gesto di Olivia. Osservandolo, indica verso l'alto.

Il lampadario? Un’opera d'arte stupefacente quanto la vetrata colorata, ma cosa possedeva di così speciale? A giudicare dallo sguardo di lei, qualsiasi cosa avesse in mente era . . .

C’è qualcos'altro appeso al soffitto della sala centrale.

Qualcosa scende dall’alto, avvolto in un elegante tessuto rosso. La forma sembra quella di una gabbia per uccelli e lui si chiede se qualcuno le abbia cucito un abominio come regalo. Data la predilezione di lei per le torture ai fedeli, potrebbe anche aver strappato le ali a un angelo e averle trapiantate a un membro del coro. Un uccello canterino.

Mentre la gabbia continua la sua discesa, un aroma familiare giunge alle sue narici: sangue di angelo. Con esso torna alla mente un ricordo: suo nonno, il maniero Markov, la sua famiglia riunita e i loro confidenti più stretti. Una paura lo aveva investito fino al midollo, il peso delle aspettative sulle spalle. Il nonno che lo osservava con orgoglio. Un calice nella sua mano, colmo di sangue.

Bevi e diverrai eterno.

Lui non lo avrebbe voluto bere. L'aroma abietto pungeva il suo palato con il suo gusto di rame. E poi c’era quell’angelo, incatenato a testa in giù, come . . .

Come un uccello.

Quel giorno, anni prima, secoli prima, lei si stava ancora dimenando. Il suo sguardo aveva incrociato quello di Sorin poco dopo quello del nonno, con una supplica sincera: Non bere. Salvami.

Il tempo ha rimosso gran parte di questo ricordo, ma la sua supplica, l'aroma del suo sangue, lo sguardo sul suo volto mentre il nonno lo obbliga a bere... Questi aspetti resistono come montagne sfiorate da una implacabile serie di onde.

Sa ciò che è nascosto ancor prima che venga svelato.

Non distoglie lo sguardo.

Le ali di Sigarda, ferite e insanguinate, sono così strette intorno al suo corpo da impedirle di muoversi. È legata da nastri rossi, una beffa nei confronti della sua notevole forza. Non è appesa a testa in giù, ma non è in una situazione più comoda di quella di colei che l’aveva preceduta. Per quanto potente sia la magia, è difficile estirpare la determinazione di un angelo; questo lo aveva appreso di persona. Sigarda continua a lottare per liberarsi.

Nel momento in cui lei lo osserva dall’interno della sua prigione di piume, lui riconosce lo stesso sguardo supplicante. Un nuovo volto non rende la lama meno tagliente. Il dolore si propaga nel suo petto e la lingua preme con forza sul palato. Bevi e diverrai eterno, gli aveva detto il nonno. Ma era questo ciò a cui avevano aspirato tutti questi anni? Ripetere la storia?

Un altro pensiero si fa strada nella sua mente: Olivia non poteva aver portato qui Sigarda solo come omaggio.

Sigarda's Imprisonment
Prigionia di Sigarda | Illustrazione di: Bryan Sola

Il sangue che cola dalle ferite dell’angelo è un richiamo per lui. Sa anche di non essere l’unico a subire quel richiamo; sa che il nonno è un altro mago del sangue di grande talento.

Sorin analizza le diverse possibilità più rapidamente di quanto riesca consciamente a comprendere, con l’istinto a setacciare la mente che vaga in ogni direzione. Se un rituale come questo era sufficiente per convertire al vampirismo i suoi famigliari più stretti, allora . . .

Beh, era semplice, oppure no? Se controlli il sangue di un uomo, hai il controllo di quell’uomo. Se controlli il sangue di un angelo, hai il controllo di un angelo. Certo, devi essere un vampiro antico per riuscire a gestire un tale potere, ma . . . se bevi quel sangue e lo rendi parte di te, allora puoi riuscire a controllare anche gli angeli. A patto di sopravvivere.

L’idea è semplice, ma non altrettanto lo è metterla in pratica. Il fatto che Sigarda fosse uno degli angeli più antichi era di grande aiuto. Ma avrebbero avuto bisogno di altro, qualcosa per creare un legame tra il sangue e colui che lo beve, qualcosa di altrettanto antico e potente. Realizzato di Selenargento, non aveva mai trovato un contenitore migliore per l’energia magica. Perfino gli Eldrazi ne venivano influenzati.

Qualcosa come la chiave di Selenargento che Arlinn e gli altri stavano cercando.

La chiave di Selenargento che ora si trovava nelle mani di Olivia, da cui il mondo non era altro che un’offerta. La serratura di Eliodoro era simile e, insieme, formavano una sfera. Sorin osserva con orrore la mano del nonno che si unisce a quella di lei. Insieme, possiedono la chiave per il dominio.

Olivia Voldaren in grado di controllare tutti gli angeli di Innistrad. La notte eterna era una sciocchezza a confronto. Innistrad poteva sopravvivere a molto, ma non sarebbe sopravvissuto a questo.

Rabbia e paura lo invadono. Lotta contro ciò che lo imprigiona, ma le catene penetrano ancora più profondamente nelle sue carni. Una processione di vampiri dalle vesti come di sacerdoti di Avacyn si avvicina. Uno, con un alto cappello che lo identifica come il Lunarca, si posiziona dietro la coppia.

Tutto di quella serata deve proprio essere un insulto nei suoi confronti?

Su di lui si posano di nuovo sguardi della folla, che lo indica e osserva le sue azioni.

Bevi e diverrai eterno, gli aveva detto il nonno. Come se avesse avuto la possibilità di fare diversamente. Come se avesse voluto essere eterno.

"Se continui a rifiutare i nostri inviti, Sorin, dovremo smettere di mandarteli", aveva scritto una delle sue zie. Come se le serate di quella zia fossero l’evento più importante del multiverso.

"Ti è mai venuto il dubbio di non essere affatto divertente?" Queste erano le parole di uno zio alcuni anni fa, uno zio che ora è accompagnato da due donne e sorseggia il sangue di un giovane e slanciato thrall. Lecca il sangue come un gattino su una ciotola di latte. Questa è la sua idea di divertimento.

Al soffitto è appeso un angelo e quell’uomo è in grado di pensare solo a piaceri passeggeri.

Tormenti su tormenti.

Olivia consegna al finto sacerdote una pergamena. Lui ha l’ardire di leggerlo con un tono stridulo e beffardo.

"Distinti ospiti, siete riuniti qui oggi per partecipare al rito più sacro su Innistrad. Si dice che gli aironi trovino un compagno per la vita. Per gli esseri come noi, eterni e immutabili, una tale promessa va ben oltre la comprensione umana. La Signora della nostra casata più illustre, Olivia Voldaren, ha promesso il suo cuore a Edgar Markov, che ha risposto con il suo affetto immortale. Comprendo che Sorin Markov ha portato il nonno qui per celebrare questo matrimonio?"

"Io non l’ho assolutamente fatto!", protesta Sorin, tentando di nuovo di liberarsi. Le guardie lo spingono indietro. Ancor peggio, la folla si mette a ridere.

"Non fate caso al ragazzo", commenta Edgar. "Sapete tutti come si comporta alle feste."

"Nessun senso di ospitalità", conferma Olivia.

Il sacerdote sorride. "Così sia. Ora. Se le avete preparate, potete recitare le vostre promesse."

Non chiede chi sarà il primo a parlare. Olivia inizia nel momento esatto in cui termina lui.

"Edgar. Adorato Edgar. Ci siamo incontrati molti secoli fa, in un’occasione che ho dimenticato da tempo, ma ricordo il momento in cui ho compreso che saremmo stati insieme come se fosse accaduto ieri. Sorin ha lasciato la tua bara incustodita e mi sono detta che solo uno sciocco avrebbe potuto lasciare un uomo come te senza protezione. Ora posso occuparmi di te e, insieme, potremo regnare su Innistrad. Ti prometto che prenderò in considerazione ogni tua opinione almeno per un momento prima di scartarla, Edgar. Prometto di porre rimedio alla tua mancanza di stile in fatto di abbigliamento. E prometto di concederti l’onore di essere mio marito."

"I miei ringraziamenti, illustrissima signora Voldaren. Sono promesse come questa che fanno scendere le lacrime dai miei occhi", dice il sacerdote, che sicuramente non versa una lacrima da secoli. "Lord Markov, la vostra promessa?"

Sorin ringhia. Le guardie che lo tengono prigioniero vengono spinte in avanti. Il solo slancio lo fa avvicinare all’altare. Con un’azione coordinata, lo scagliano a terra. Si ritrova nella posizione di un mendicante di Thraben disteso sul marmo. Solo due catene sono intorno a lui: una che tira all’indietro le sue spalle e stringe le braccia e una seconda avvolta intorno al collo.

Si sforza per rialzarsi. Le catene minacciano di tranciargli la trachea. Non importa. Lo avrebbe sopportato. Avrebbe sopportato qualsiasi dolore per strappare dal corpo la testa di Olivia Voldaren.

Osservarla con quel ghigno nei suoi confronti . . .

Migliaia di anni fa, Edgar Markov aveva preso la decisione più importante della vita di Sorin al posto suo.

Questa sera, Sorin gli avrebbe restituito il favore.

Taglialegna, fabbro, lupo mannaro, vampiro, angelo... il sangue è sempre sangue.

Richiama l’oscurità nella scodella e l’oscurità risponde alla sua chiamata. Una lama di colore rosso e nero taglia le catene come fossero burro. Lo slancio fa cadere la scodella dalle loro mani.

Il sangue gli macchia la camicia, la pelle e le mani, ma lui si erge saldo di fronte a loro.

"Mi oppongo."

"Sorin", risponde Olivia mostrando le zanne, "stai rovinando il mio giorno speciale."

Arterial Alchemy
Alchimia Arteriosa | Illustrazione di: Caio Monteiro

"Ho una semplice domanda", dice Chandra.

Arlinn sorride. All'esterno dei cancelli, non avevano alcuna attività da svolgere. Un nuovo gruppo di guardie aveva sostituito il precedente e anch’esse non erano pronte al dialogo. "Che cosa ti passa per la testa?"

"Si tratta di un matrimonio tra vampiri, giusto?"

"Esatto", risponde Kaya, percependo il pericolo. "Un matrimonio tra vampiri."

"Pensi che ci sia anche una torta?"

Adeline emette un gemito e una risata allo stesso tempo. Kaya si porta un dito al naso. Le spalle di Teferi sobbalzano per le risate.

Arlinn riflette per alcuni istanti. "Non può mancare, vero? Per la servitù."

"Non li immagino intenzionati a nutrire i loro servitori, no", risponde Kaya. "Teferi, tu sei già stato a uno di questi eventi?"

"Non a un matrimonio tra vampiri, matrimonio . . ."

"A qualcosa di simile?", chiede Adeline.

"Sì, qualcosa di simile", risponde Teferi. Si gratta il mento e poi scuote la testa sorridendo. "Questo è un aspetto caratteristico dei matrimoni. Qualsiasi siano le tradizioni, esistono alcuni elementi che non cambiano. Sono tutte occasioni per riunire le persone."

"Anche nel caso dei vampiri?", chiede Chandra.

Teferi annuisce. "Anche nel caso dei vampiri."

Forse non sarebbe stato così male una volta entrati.

Nel frattempo, avrebbero dovuto evitare che si congelassero i piedi.


I suoi sensi sovrannaturali lo avvisano della minaccia imminente un istante prima di venire colpito alla testa. Una lancia dorata diventa visibile dietro di lui. Che sporco trucco, cercare di colpirlo in questo modo. Ma forse è anche un dono, dato che, dopo tutto, ha bisogno di un’arma. Afferra la punta della lancia e la rimuove dal bastone, poi lo strattona. Prima che il lanciere possa recuperare l’equilibrio, Sorin ruota il corpo e guida la lama attraverso l'ascella dell’uomo. L’osso stride al contatto con il metallo. Il colpo non arresta il lanciere, ma la magia di Sorin sì. Un semplice sguardo è capace di congelarlo sul posto.

E di trasformarlo in uno scudo.

Le guardie si muovono raramente da sole. E questa guardia non faceva eccezione. Uno spadaccino è il successivo a tentare la fortuna, con un'arma più grande di quanto il migliore degli umani avrebbe potuto brandire. Un malvagio grugnito animale anticipa l’impatto contro l'armatura del carceriere. Sorin alza un sopracciglio. Che cosa era quella cosa? Più un randello che una lama. Se avesse dovuto scegliere, Sorin avrebbe preferito qualcosa con un migliore bilanciamento.

Ma non ha possibilità di scegliere, dato che gli avevano sequestrato la spada nel momento in cui lo avevano incatenato.

Si sarebbe accontentato.

Scaglia il prigioniero grondante di sangue contro lo spadaccino. In un istante innaturale si sposta dietro di lui; dopo un secondo istante, gli spezza il collo. Sorin gli strappa la spada di mano. Certo, la distribuzione del peso è scorretta e c’è un motivo: è spessa come la sua mano e incastonata d’oro.

Disgustosa.

Veramente disgustosa.

Quindi perfetta per uccidere Olivia.

Altri tre avversari cadono uno dopo l’altro, abbattuti dal peso della sua nuova arma. Non pone molta attenzione su di loro. I suoi carcerieri non sono più importanti; ciò che conta è solo la donna a cui rispondono.

Altre cinque guardie si avvicinano, ma ha il tempo necessario per un affondo. Non sarà il più elegante, non con questo peso. Ma è un dettaglio insignificante, così come non è importante ciò che potrà accadere dopo, la chiave di Selenargento, la notte eterna, l’orrore nel volto del nonno.

Si tratta di una questione personale.

Anche Olivia lo sa molto bene; l’istante in cui i loro sguardi si incrociano, afferra la chiave di Selenargento più stretta che mai, come se il potere che contiene la possa salvare.

Sorin solleva la spada.

I muscoli e il peso disegnano l'arco terrificante verso la forma volante di Olivia. Non importa. Si lancia in avanti per fare in modo che il colpo vada a segno. Vuole porre fine subito a tutto quello...

Per lo meno, è ciò che vorrebbe.

Un lampo di luce si pone sulla sua traiettoria. La punta illuminata della lama sfiora l'abito di chiffon e i guanti di Olivia. Tentando di recuperare la chiave in caduta libera, Olivia va su tutte le furie. Ancor di più quando va a finire fuori dalla sua portata.

"Aggredire una promessa sposa nel giorno del suo matrimonio! Sapevo che eri inopportuno, ma non fino a questo punto! Dovremo trovare una nuova parola per definire a che livello tu sia fuori luogo", ringhia nei suoi confronti.

La mano del nonno si posa sulla sua spalla.

"Sorin, questo è molto più importante di quanto tu possa immaginare. È necessario. La chiave, la mia parola, che cos’è quello?"

Non ha bisogno di spostare lo sguardo per vederlo: proprio sotto i piedi di Olivia, la chiave di Selenargento risplende di una luce innaturale.

Sull'altare, una specie di geist si sta sprigionando dalla chiave. No, non è un geist; si tratta di qualcosa di diverso. Aveva visto qualcosa di simile su altri piani: era uno spirito che era stato separato dal suo corpo. Una strega, a giudicare dall’aspetto del copricapo.

"E tu? Chi ti ha invitata?", scatta Olivia.

Lo spirito si volta verso di lei. Sopracciglia disegnate al di sopra di occhi spettrali. "Tu lo hai fatto."

Katilda, Dawnhart Martyr
Katilda, Martire Albacorno | Illustrazione di: Miguel Castañón

Fiori spettrali si intrecciano lungo il braccio della strega. Crescono, fioriscono e muoiono in un istante. Lo spirito studia questo effetto con interesse. Un semplice movimento e rampicanti si uniscono ai fiori. In pochi secondi crea un bastone, le cui varie ramificazioni risplendono.

Volge lo sguardo verso l’angelo appeso al centro della stanza come se fosse una decorazione del Raccolto. Disprezzo e orrore si mescolano sul suo volto. Vengono poi sostituiti da comprensione e il suo sguardo infuocato si posa su Olivia Voldaren. "Ti sei spinta così in basso?"

La presa di Edgar sulla spalla di Sorin si fa più stretta, ma le sue parole non fanno che ampliare il solco tra i due. "Olivia, devi fermarla!"

Sorin spinge il nonno di lato. Si dice che non è il vero Edgar a parlare, come se potesse ridurre il proprio dolore con quel pensiero. Un’idea è però molto chiara: se Olivia tenta di fermare lo spirito, lui deve fermare Olivia. Più velocemente possibile, scatta tra lei e la chiave e tenta un affondo verso la sua testa. Anche il morso della lama sul braccio disteso di lei non è sufficiente per fermarla. Continuano a lottare. Sorin si scaglia di peso contro di lei, la spinge con forza, qualsiasi cosa per dare allo spirito il tempo di cui ha bisogno.

Un proiettile di delicata luce verde gli passa sopra una spalla, dandogli segno che il suo impegno ha prodotto un risultato.

Gli artigli di Olivia gli graffiano una guancia e affondano, prendendogli il volto come in una strana parodia di una matrigna affettuosa. Il fuoco che avvampa nei suoi occhi sarà difficile da domare. Qualsiasi siano le intenzioni dello spirito, è meglio che siano valide.

Le sue orecchie percepiscono un suono che lo riempie di speranza, nonostante generi anche terribili ricordi della sua vita mortale.

Il fruscio benedetto delle ali di un angelo.

Non sa bene cosa stia per succedere, non esattamente. Ma ne ha un’idea. Il proiettile di prima deve aver rimosso ciò che teneva Sigarda imprigionata. Sorin osserva Olivia e sorride. Nonostante il dolore degli artigli di lei nelle sue carni, ne vale la pena.

"Penso che la tua festicciola sia finita", le dice.

Osserva con gusto lo sguardo di lei che si sposta verso qualcosa dietro di lui.

Sorin la scaglia lontano e si volta verso l'angelo che si sta sollevando.

Realizzare un angelo è un processo simile a quello di una vetrata colorata: devi sapere quale sarà il suo scopo ancor prima di iniziare a crearlo.

Sorin non aveva creato Sigarda, ma la conosceva. Nel periodo prima di creare Avacyn, quando aveva compreso che questa sarebbe stata la soluzione che aveva cercato a lungo, aveva analizzato Sigarda. Mentre Bruna era premurosa e riservata in modo eccessivo, Sigarda non permetteva che la ricerca della perfezione danneggiasse il suo operato. Agiva quando si rendeva conto di chi fosse dalla parte del bene e chi dalla parte del male. Non aveva però la furia di Gisela, con il suo approccio purificatore nei confronti dei peccatori. La ferrea struttura che sosteneva Sigarda era un amore palese nei confronti dell’umanità.

In Avacyn aveva voluto queste caratteristiche. O, per lo meno, un simulacro di quell’amore, se non fosse riuscito a crearlo lui stesso.

C'erano anche delle differenze. Per esempio, Sigarda provava sensazioni troppo profonde, che la spingevano spesso alla compassione quando la spietatezza sarebbe stata una migliore soluzione per i popoli di Innistrad. Pensava che le sue azioni fossero troppo dettate dalle emozioni. Questo era un difetto che le impediva di portare correttamente a termine i compiti.

Osservandola in questo momento, incorniciata dalla vetrata colorata dei Voldaren, Sorin comprende che era stata una scelta giusta non creare Sigarda.

Sono sarebbe mai riuscito a permearla di una rabbia dettata dalla virtù.

Linee di sangue ricoprono le sue ali e l’aria intorno a lei risplende di energia dorata. Ogni taglio che le aveva inflitto nel loro scontro è di nuovo aperto. Ma ce ne sono di nuovi e si chiede come sia riuscita Olivia a catturarla. Qualsiasi cosa sia successa, una sonora rivincita è imminente. Lei osserva le masse riunite sotto di sé con un disprezzo puro e senza freni. Anche il più antico dei vampiri viene intimorito alla vista di lei, un nuovo simbolo di ciò che un tempo tutti temevano.

Sigarda spalanca le ali. Un turbine di energia bianca si forma intorno a lei.

"Siete tutti colpevoli", dice l'angelo con voce possente.

Sorin inspira profondamente.

Non è però abbastanza rapido per prepararsi a ciò che sta per giungere.

Lucente come l’alba, splendente come l’alabastro, brillante come la speranza... troppo intensa per gli occhi di chiunque.

La luce benedetta investe i suoi occhi.

La vetrata colorata dietro di lei aveva avuto bisogno di anni per essere realizzata. Altrettanto per i pannelli lungo i muri. Quanti mesi, quanti anni, quante vite erano state dedicate al lampadario sopra le loro teste? Impossibile saperlo. Neanche lui poteva immaginare gli anni di lavoro necessari per la contorta collezione di Olivia.

Tutto... ogni anno, ogni mese, ogni ora... si sbriciola in un solo istante.

La luce lo abbaglia, ma Sorin riesce comunque a vedere le crepe mentre si formano, come vene infuocate all’interno del vetro. Non riesce a distogliere lo sguardo neanche quando la luce lo ustiona. In tutto questo c’è qualcosa di splendido: i frammenti più grandi, riflettenti come specchi, rispecchiano l’eterno tra di loro; i frammenti più piccoli, la neve letale; le gocce di sangue, una pioggia blasfema che cade sule persone riunite.

Subito dopo, l’onda d’urto li colpisce.

Il caos colpisce come una lancia attraverso il maniero dei Voldaren.

Un’esplosione di energia scaglia Sorin gambe all’aria. Prima di capire ciò che sta succedendo, viene scagliato in una fontana di sangue... ed è uno dei più fortunati. L’ematomanzia gli permette di utilizzare il sangue in caduta come scudo dai frammenti in arrivo. Non tutti possiedono la sua capacità. Tutto intorno a lui, gli invitati diventano dei puntaspilli viventi.

Sorin si rialza.

In quel momento, si accorge di due elementi: primo, Olivia e suo nonno sono sfortunatamente quasi illesi; secondo, la vetrata non è l’unica a essere stata ridotta in frantumi.

Sanctify
Santificare | Illustrazione di: Kasia 'Kafis' Zielinska

Chandra ha mille domande. Adeline ha cinquemila domande, duecento supposizioni e immagina che gli altri possano occuparsi del resto. All'esterno del maniero dei Voldaren, appoggia la testa su una mano e osserva Chandra intenta a parlare. Per quanto la situazione sia terribile, per quanto sia indegno il luogo a pochi metri di distanza, la luce splende negli occhi di Chandra.

Ed è perché sta guandando così da vicino che Adeline vede che una nuova luce, di un dorato brillante, illumina le guance di Chandra.

Sembra quasi . . . angelica.

"Aspetta. Aspetta, che cos’è quello?"

Adeline si volta verso il maniero. La luce proviene dall’interno dell’edificio.

I sigilli che impediscono l’ingresso ai non invitati si sgretolano.

Sul volto di Chandra si dipinge un sorriso. "Sembra che la festa possa avere inizio."

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