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La corsa all’oro - Seconda parte

Posted in Magic Story on 18 Ottobre 2017

By R&D Narrative Team

VRASKA

Il fiume stava diventando troppo angusto per la navigazione. Vraska guardò oltre il bordo della barca e vide la sponda a pochi palmi di distanza.

Dinanzi a lei, su entrambi i lati del corso d’acqua si ergevano due enormi rocce simili a pilastri di un fantomatico portale. L’imbarcazione sarebbe riuscita ad attraversarle, ma solo per un pelo.

Le vesciche che aveva sui palmi cominciavano a farsi sentire.

Allentò la presa sul remo sinistro e virò lentamente verso riva.

Jace aveva rinunciato a mantenere il velo di invisibilità diverse ore prima. Quando scese la notte, una miriade di insetti luminosi e altri strani bagliori che Vraska non seppe identificare rischiararono a poco a poco la giungla. Le sponde erano troppo ripide per spingervi l’imbarcazione. Se non fosse stato per i giganteschi dinosauri che sicuramente si aggiravano nei boschi, la gorgone avrebbe trovato l’atmosfera alquanto gradevole.

Palude
Palude | Illustrazione di Christine Choi

“Dormiremo nella barca”, disse Vraska. Posò i remi e gemette dal dolore mentre sfiorava una delle vesciche.

La bussola taumaturgica era appoggiata all’asse di legno che separava i due Planeswalker. Jace la prese in mano e guardò dove stesse puntando. “Quell’aggeggio sarebbe più utile se ci indicasse la distanza dalla nostra destinazione”, commentò Vraska mentre sgranchiva prima un braccio, poi l’altro. Intrecciò le dita e sospirò, sollevata.

Jace non le rispose.

Guardò verso l’alto e la magia nei suoi occhi gli illuminò i lineamenti del volto. Un grande cavallo illusorio si materializzò sopra di loro, diffondendo un tenue riflesso azzurro nel cielo notturno, poi cominciò a galoppare verso le fronde che li sovrastavano.

Quel destriero spettrale sarebbe stato il segnale per Malcolm.

“Spero che il resto della ciurma ci raggiunga presto.”

L’aria era densa e senza un alito di vento, impregnata degli effluvi del ciclo di vita e morte della giungla: linfa e marciume, organismi in decomposizione e altri intenti a nutrirsi per crescere, alimentati da esseri che a loro volta si erano nutriti per poi imputridire. Vraska ricordò che, quando erano in alto mare, il suo equipaggio era solito cantare nelle notti di calma piatta come quella. I momenti di cameratismo erano i suoi preferiti: lei e la sua tribù, leali solo a se stessi, nemici di tutti gli altri.

“Un castello nel profondo prospera con fervore...”, intonò.

Jace la fissò come se d’improvviso le fosse spuntata una seconda testa. Vraska sorrise e terminò la strofa.

“Da ogni finestra risplende un antico bagliore...
Alcuni vagano nel suo putrido labirinto senza ritorno...”

Vraska si interruppe. Jace la stava ascoltando attentamente.

“Vuoi che continui?”, chiese la gorgone con un sorriso stanco. Il telepate rispose a sua volta con un sorriso.

Vraska raddrizzò la schiena e proseguì a bassa voce. Forse quella melodia avrebbe allontanato i dinosauri nei paraggi che erano in ascolto.

“...E il Regno del Marciume si solleverà un giorno.”

Jace emise un debole suono di approvazione: “Una canzoncina allegra”.

“I Golgari non hanno molto di cui rallegrarsi.” Vraska tornò a mettersi comoda e chiuse gli occhi.

La voce di Jace era appesantita dal sonno: “Braghe mi ha insegnato una canzone”.

“Quella sui fichi?”

“È una canzone volgare. Molto volgare... Quel piccolo goblin è davvero rozzo.”

Poi il telepate tacque e un istante dopo si addormentò. Vraska si chiese se Jace potesse dormire a comando.

Piccole creature alate strillavano sopra le loro teste e nel profondo della giungla risuonavano i canti degli uccelli notturni.

Vraska aprì uno dei suoi occhi dorati e si mise a osservare Jace, il secondo telepate più pericoloso del Multiverso.

“Potrebbe spezzarmi la mente con la facilità con cui canto una canzone.”

Ma poi pensò che non l’avrebbe fatto, non avrebbe mai potuto. Non dopo aver ascoltato la sua storia come nessuno aveva mai fatto prima.

Vraska seppe in quel momento che, con o senza memoria, quello era un uomo di cui si poteva fidare e che a sua volta si sarebbe fidato di lei. Non aveva bisogno di un’altra persona per sentirsi completa, né di qualcuno che legittimasse la sua condizione. E se lui non era interessato, nessun problema: a casa la aspettava comunque un libro da finire. Ma se invece fosse stato interessato... immaginò come le avrebbe preparato un buon tè nei momenti di sconforto, come l’avrebbe ascoltata se ne avesse avuto bisogno, come l’avrebbe spronata a lottare per le sue vittorie. Tutto sommato, era una prospettiva allettante. Forse gli avrebbe chiesto di uscire con lei una volta sistemata tutta quella faccenda. Non usciva con nessuno da parecchio tempo. Tuttavia, per il momento, era felice di come stavano le cose. Una semplice corsa senza complicazioni con un buon amico al suo fianco: questo era tutto ciò di cui aveva bisogno.

Vraska non vedeva l’ora di pietrificare chi aveva rubato i ricordi di Jace.

Il bagliore delle stelle e delle piante intorno a loro riscaldava la piccola e fredda imbarcazione nell’oscurità della giungla, e mentre chiudeva gli occhi, Vraska si sentì ricoprire ancora una volta dalla fresca brezza dell’invisibilità.


JACE

Jace dormì profondamente dopo il suo turno di guardia. La calma e l’aria aperta rappresentavano per lui una piacevole novità dopo i mesi trascorsi a dormire su un’amaca circondato dagli altri membri della ciurma.

La mattina seguente, i due abbandonarono l’imbarcazione. Remarono verso la riva e la lasciarono sulle sponde del fiume.

Ammassi di roccia misti a vegetazione si protendevano con angolazioni singolari e qualsiasi cosa potesse vagamente somigliare a un sentiero si perdeva nel rumore e nel caos della giungla alla luce del sole. Vraska sguainò la spada e la usò come un machete per farsi strada tra gli arbusti.

Dopo un po’, finalmente i due si imbatterono in un sentiero ampio e ben delineato, e la gorgone rinfoderò la lama, sollevata.

“Era ora. Le vesciche provocate dalla spada sono esattamente nello stesso punto di quelle causate dai remi”, si lamentò.

Jace aggrottò la fronte: “Forse è meglio se non camminiamo qui”, disse indicando le fronde diradate degli alberi. “Questo sentiero è probabilmente opera dei dinosauri.”

La gorgone sospirò: “Quindi credi che si sia formato per il passaggio di vari dinosauri?”

“No, gli alberi sono stati spezzati da dinosauri taglialegna”, chiarì Jace impassibile, senza una nota di sarcasmo sul volto. Vraska scoppiò a ridere.

Il giovane scosse la testa con aria solenne: “Non insultare la nobile arte dei dinosauri legnaioli!”

La risata di Vraska fu interrotta da uno strano odore nell’aria.

Una fitta coltre di fumo scuro si innalzò improvvisamente intorno a loro.

Vennero avvolti da una foschia soffocante, nera e densa come inchiostro e dal vago aroma di mirra che ammantò gli alberi, oscurando la poca luce che filtrava attraverso le fronde e trasformando così il giorno in notte.

Jace gridò sorpreso, poi fece appello alla sua mente per tentare di avvertire qualcosa.

Vraska era nel bel mezzo del sentiero e stava lottando con un nemico appena visibile. La nebbia era troppo densa per riuscire a distinguere qualcosa, così il telepate si fece strada nella mente del nemico, individuò l’incantesimo che stava proiettando l’oscurità e lo neutralizzò.

Il fumo nero svanì, rivelando una succhiasangue. La vampira ringhiava, con il mento ricoperto di sangue incrostato, protetta nella sua scintillante armatura nera e dorata. Sulla piastra del pettorale era inciso il sigillo di una rosa e le punte del suo elmo incombevano, dentellate e affilate, sulla gorgone. Dallo strato di sale secco sull’armatura, Jace dedusse che si trattava di una dei superstiti dell’altra nave.

Il mago mentale sollevò una mano e plasmò un’illusione: una terribile e frastornante tempesta.

Tra le fronde cominciò a cadere una fitta pioggia, il verde acceso del sentiero si fece scuro e un fragoroso tuono risuonò sopra le loro teste.

Vraska non sembrava per niente turbata, ma la vampira sussultò. Fece un leggero balzo, ma si riprese giusto in tempo per bloccare un fendente della spada della gorgone con lo spallaccio dell’armatura. La vampira non sguainò la spada, ma si avvicinò e cominciò a sferrare calci e pugni con una furia incontrollabile. Vraska tentò di rispondere all’attacco con la sua lama, ma fu interrotta da un pugno alla mandibola. Così cominciò ad attingere alla magia necessaria per pietrificare la vampira.

Jace sollevò di nuovo la mano per tentare di penetrare nella mente della nemica, ma la confusione dello scontro non glielo permetteva (era fuori esercizio), e proprio in quel momento ricevette un violento colpo sulla fronte. Barcollò e cadde a terra, perdendo la concentrazione.

La tempesta illusoria svanì e si intravidero nuovamente sprazzi di sole.

Jace, ancora stordito per il colpo subito, vide che la vampira si abbassava a cercare qualcosa sul terreno: la osservò afferrare la bussola taumaturgica che era caduta al suolo, ai piedi del ragazzo, e fuggire nella giungla.

Vraska imprecò e si rimise in piedi a fatica, tenendosi una mano sugli occhi e lamentandosi per il dolore. Annullò la sua magia con un battito di ciglia e ringhiò dalla frustrazione.

Poi prese a calci un albero.

Jace chiuse gli occhi e si concentrò.

“Possiamo starle alle costole.”

Aprì gli occhi e guardò in alto, inviando un altro enorme cavallo in cielo come segnale per la ciurma.

Vraska era ancora furibonda: “Quella dannata vampira sapeva cos’ho fatto all’altro capitano. Non avremmo dovuto lasciare superstiti”.

Jace sospirò: “In effetti, non hai tutti i torti”.

Vraska prese di nuovo a calci l’albero.

“Sono in grado di trovarla e riusciremo a recuperare anche la bussola. Poi potrai prendere a calci tutti gli alberi che vorrai”, disse Jace con determinazione.

La gorgone respirò profondamente, rifletté per un istante e annuì. Poi rivolse uno sguardo accigliato al telepate.

“Riuscirai davvero a localizzarla?”

“Senza ombra di dubbio.”

Jace chiuse gli occhi e si concentrò.

Rimase in ascolto, in cerca della mente della vampira.

Quello che sentì, però, furono due furiosi monologhi interiori.

Una voce diceva: “Tishana è troppo avanti, come fa quell’elementale a muoversi così rapidamente? Spostati a sinistra, schiva le liane, lì, proprio davanti, un uomo dell’Alleanza di Bronzo che ci dà le spalle... ma quella è la pirata dalla pelle di smeraldo?!”

L’altra, invece: “Lenta e sciocca, il tipico esemplare di inettitudine dell’Impero del Sole. Donna dalla pelle di smeraldo davanti a noi, si dice che sia lei ad avere la bussola... Seguiamo l’illusione, ora evocherò un serpente per combatterli...”

I suoi occhi si spalancarono dalla sorpresa e Jace si girò di scatto incrociando le braccia davanti a sé.

Un immenso serpente volante illusorio si abbatté su di lui e si infranse, spaccato in due dalla difesa psichica del telepate.

L’illusione era stata plasmata da una tritona che cavalcava, vacillante, un enorme elementale.

Poi Jace rivolse lo sguardo all’origine dell’altra voce mentale: era una donna ricoperta da un’armatura d’acciaio e piume, come il dinosauro a cui era in sella. Brandiva una lama semicircolare e la sua lunga treccia ondeggiava nell’aria mentre si lanciava verso di lui.

Il processo mentale di Jace passò rapidamente dalle idee ai fatti. Sollevò una mano in direzione della guerriera all’assalto e un brivido gli percorse il collo: la donna tirò bruscamente le redini del suo dinosauro, che slittò e si arrestò. La giovane che lo cavalcava si guardò freneticamente intorno.

“Dove sono finiti?!”

Le pinne della tritona si agitarono: “È un’illusione!”

Allungò una mano e dal terreno si innalzarono improvvisamente dei rampicanti, che avvolsero le gambe di Jace.

L’uomo cadde a terra con un tonfo e l’invisibilità che aveva proiettato svanì di colpo.

Vraska uscì allo scoperto e si posizionò davanti a lui, poi si rivolse alla cavaliera e alla tritona: “Un momento!”

“Perché ci state dando la caccia?”, chiese la gorgone.

Jace si prese la libertà di sondare la mente della tritona.

“La tritona sa della bussola.”

Le pinne di Tishana fluttuarono in un misto di sorpresa e rabbia.

Vraska increspò le labbra: “Chi siete?”

Jace si alzò in piedi e i rampicanti attorno alle sue gambe lasciarono la presa. Si mise al fianco di Vraska e fissò le loro avversarie.

L’elementale di Tishana si preparò all’attacco e la tritona appoggiò una mano su di lui per rassicurarlo. “Mi chiamo Tishana e sono un’anziana degli Araldi del Fiume, protettrice di Orazca. Uno dei nostri ha sentito voci interessanti su di te, pirata.”

Jace si rimproverò in silenzio: quel tritone nell’angolo alla Secca aveva sentito la loro conversazione eccome...

La cavaliera accanto alla tritona raddrizzò le spalle: “Io sono Huatli, poetessa guerriera dell’Impero del Sole e sgominatrice di intrusi”.

Jace non poté fare a meno di notare un leggero movimento dell’occhio di Huatli mentre pronunciava le parole “poetessa guerriera”.

Tishana fissò Vraska: “Nessuno può possedere la città né ciò che si trova al suo interno. Dammi la bussola o preparati a morire”.

“Se insisti...”, mormorò Vraska, mentre i suoi occhi si riempivano di magia.

Jace allungò una mano per bloccare il suo sguardo.

“Non ce l’abbiamo noi”, sbottò.

Vraska emise un piccolo gemito di frustrazione e allontanò delicatamente la mano di lui dai suoi occhi, poi incrociò le braccia, impaziente.

La tritona doveva averlo sentito, ma il suo viso rimase impassibile. Per tutta risposta, inclinò la testa da un lato come se stesse ascoltando qualcosa.

Jace, incuriosito, si avventurò un’altra volta nella mente di Tishana. Attraverso una connessione ignota, la tritona avvertiva la presenza di un’intrusa nella giungla dinanzi a loro. Il suo legame con gli alberi e il suolo era delicato, e ogni passo dell’intrusa lasciava una scia attraverso la foresta pluviale. Era davvero elettrizzante provare quella sensazione in prima persona: Jace non sapeva nemmeno che potesse esistere un potere simile.

La tritona lo guardò: “C’è una vampira nelle vicinanze. Vi ha forse rubato la bussola per poi darsi alla fuga?”

La cavaliera in sella al dinosauro era circondata da una lieve bruma ambrata e la bestia emise un profondo ringhio. Jace cominciò a sentire i movimenti di altri dinosauri intorno a loro.

Recuperò l’equilibrio e serrò i pugni: “La vampira ci ha sottratto la bussola”.

Qualcosa chiuse le fauci tra gli alberi alle loro spalle e quel rumore terrificante fece sobbalzare Vraska e Jace.

La cavaliera sogghignò, girò il suo dinosauro su un lato e il suo viso si schiuse in un trionfante sorriso. “Grazie per la collaborazione.”

La tritona balzò rapidamente in groppa all’elementale e le due si diressero verso la giungla.

Non appena se ne furono andate, Vraska si voltò di scatto verso Jace.

“Riesci a localizzare la vampira?”

Il telepate annuì e si concentrò per individuare la mente della succhiasangue.

Poi sorrise.

“Riesco a localizzare la vampira e molto altro...”

Vraska annuì e i due si addentrarono nei meandri della foresta. Mentre correva, Jace lanciò un altro segnale ai membri della ciurma e il cavallo illusorio trottò nella stessa direzione di colui che l’aveva plasmato.


HUATLI

Huatli posò una mano sul suo zampartiglio mentre correvano e inviò una breve scarica di magia attraverso quel contatto.

I dinosauri avvertono tramite l’olfatto ciò che l’occhio umano percepisce con la vista e in anni di addestramento Huatli aveva imparato qual era il modo migliore per comunicare con il suo destriero.

“Trova. Sangue. Putrefazione. Vampira.”

Il dinosauro fiutò l’aria, abbassò il capo per prepararsi alla caccia e aumentò la velocità.

Le foglie li sferzavano tutt’intorno e gli occhi di Huatli si adattavano alla luce mentre i rami sopra la sua testa si diradavano, facendo spazio a fronde meno fitte. Le creature più piccole si scansavano al loro passaggio e la guerriera riusciva a sentire i segnali che si scambiavano uccelli e dinosauri nascosti nel fogliame mentre lei e il suo predatore si muovevano sotto di loro.

“Potrebbe volerci un po’ di tempo”, disse Huatli.

Passarono nove ore.

Isola
Isola | Illustrazione di Raoul Vitale

Scesero lungo ripidi pendii, attraversarono valli desolate e, a un certo punto, guadarono le acque di un lago poco profondo con le loro cavalcature. Ogni volta che si avvicinavano, la vampira riusciva ad allontanarsi e, ogni volta che si fermavano a riprendere fiato, si meravigliavano della tenacia della loro nemica.

“È piuttosto veloce per essere una morta che cammina, non trovi?”, disse Huatli respirando con affanno e massaggiandosi una coscia in preda ai crampi mentre il suo dinosauro beveva avidamente l’acqua del lago.

Tishana non sembrava particolarmente colpita. “Per gli intricati piani dell’universo, non conta con quanta rapidità venga intessuto l’arazzo, bensì quanto sia fitta la sua trama.”

Per la sesta volta quel giorno, Huatli alzò gli occhi al cielo.

Foresta
Foresta | Illustrazione di Raoul Vitale

La tritona e la cavaliera finalmente giunsero sull’altra sponda del lago.

Huatli avvertì l’entusiasmo del suo dinosauro: la preda era molto vicina. Poco dopo scorse davanti a lei, appoggiata a un albero, una figura che indossava un’armatura dorata, dall’aria esausta.

“Lasciala a me, Tishana!”, gridò Huatli. La tritona rallentò la corsa del suo elementale e si mantenne a distanza.

Mentre si avvicinavano, il dinosauro si abbassò verso il terreno, pronto all’attacco. La vampira si voltò per vedere cosa si stesse dirigendo verso di lei, ma non fece in tempo a difendersi, perché il dinosauro spalancò le fauci e la afferrò per la vita.

La succhiasangue urlò, sorpresa, mentre il dinosauro la scaraventava contro il tronco di un albero gigantesco.

Huatli smontò dal destriero e si diresse verso la vampira.

La nemica era più alta di lei e la sua gorgiera era imbrattata da una striscia di sangue. Le poche fibre di tessuto che si intravedevano sotto l’armatura erano madide di sudore e aveva l’aspetto di una bambina che vuole indossare solo il suo completo preferito, senza curarsi di quanto sia inopportuno.

“A quanto pare, compensate la penuria di sangue con l’abbondanza di sudore”, disse Huatli, assestando un calcio nel petto dell’avversaria. La vampira barcollò, cadendo di nuovo sul tronco dell’albero con un mugugno di dolore. Respirava a fatica e cercò di allentare la gorgiera.

Huatli sogghignò: “Non ci sono giungle a Torrezon? Questo non è il tuo clima ideale?”

Gli occhi le si illuminarono di una luce ambrata e il suo zampartiglio rispose con un ringhio.

“Afferra!”, fu il comando di Huatli. Il dinosauro si avventò sulla vampira, stringendola ancora una volta con le fauci.

Il morso non fu abbastanza profondo da perforare l’armatura, ma fu sufficiente per sollevare la nemica da terra. La succhiasangue si dimenava con tutte le sue forze, nel tentativo di sguainare la spada mentre colpiva il dinosauro e affondava gli artigli nella sua spessa pelle.

“Scuoti”, ordinò Huatli a voce alta.

La bestia iniziò a scuotere violentemente la vampira, che si agitava senza riuscire a liberarsi.

Una strana bussola le scivolò fuori dalla tasca, cadendo a terra.

Huatli si inginocchiò e la raccolse: era magnifica, elaborata e pulsava di un’energia che avvertiva con il palmo della mano.

“Molla”, ordinò Huatli.

La vampira, inzuppata di saliva, cadde al suolo con un tonfo viscido. La cavaliera evocò immediatamente con la sua magia il predatore carnivoro più vicino, invitandolo a nutrirsi: “Mangia!” Sentì che il raptor si dirigeva a grandi passi verso di lei nella giungla e montò rapidamente in sella al suo zampartiglio, poi sparirono tra gli alberi.

I più nobili guerrieri dell’Impero del Sole non uccidevano mai, ma si rifiutavano di negare un pasto a una bestia affamata.

Huatli trottò verso Tishana con un ghigno sul volto: “Corri, prima che la vampira riesca a raggiungerci! Ho preso la bussola!”

La tritona le sorrise, scoprendo i denti simili a piccoli coltelli perfettamente in fila: “Splendido!”

Tishana afferrò la bussola e la girò tra le mani, esaminandola minuziosamente come se si trattasse di un testo sacro.

Fissò lo sguardo sull’oggetto socchiudendo gli occhi, poi li rivolse a Huatli con aria subdola.

La bussola cominciò a irradiare una luce ambrata e palpitante direttamente davanti a sé.

Le pinne ai lati del volto di Tishana si agitarono e la tritona chiuse le palpebre.

Huatli si ammutolì e restò in attesa: sapeva che l’Araldo del Fiume avvertiva qualcosa che lei non riusciva a vedere. Dopo un istante, gli occhi della tritona si spalancarono, stupiti e meravigliati.

“La nostra peregrinazione sta volgendo al termine.”

Questa volta, Huatli era troppo elettrizzata per alzare gli occhi al cielo. “Davvero?!”

“La meta è parte della terra circostante, ma è da essa separata, per mantenerla nascosta. Non si muove, ma il cammino che conduce è incantato, quindi mutevole...” Tishana chiuse di nuovo gli occhi e puntò un dito, parallelo alla linea della bussola: “Si trova a mezza giornata di cammino in quella direzione”.

Huatli annuì con caparbietà: “Allora non attendiamo oltre!”

Tishana si interruppe.

Il suo elementale cominciò ad allontanarsi leggermente da Huatli e i suoi occhi fissarono intensamente la bussola.

La guerriera si mise sulla difensiva: “Tishana, avevamo un accordo: ci saremmo andate insieme”.

“Hai detto bene”, disse la tritona, “avevamo un accordo”.

Huatli si allungò per prendere la bussola, ma non appena l’afferrò, fu avviluppata da un enorme telo che le coprì il volto e la disarcionò dal dinosauro.

La cavaliera cadde a terra, con il corpo completamente avvolto in una vela gigantesca. Cercò di liberarsi, ma il tessuto si stringeva sempre più intorno a lei. Attraverso la stoffa, sentiva il suo dinosauro stridere e urlare, poi d’improvviso tacque. Il silenzio fu interrotto dalle grida euforiche di una decina di persone.

L’Alleanza di Bronzo.

Una voce femminile che le risultava familiare scoppiò a ridere: “Lasciala andare, Amelia”.

Il telo rimise Huatli in piedi e la fece girare su se stessa fino a liberarla, lasciandola stordita.

Una navimaga pirata se ne stava lì accanto pronta a entrare in azione e la vela (l’aveva trascinata fin lì dalla spiaggia?) si arrotolò intorno alle mani di Huatli.

La guerriera rimase a bocca aperta: davanti a lei si ergeva il suo zampartiglio, pronto ad attaccare, con le fauci spalancate... completamente pietrificato.

La pirata dalla pelle di smeraldo che aveva incontrato poco prima accarezzò la sua ultima scultura, poi si inginocchiò per mettersi al livello di Huatli e sorrise.

“Adesso mi riprenderò quella bussola.” I suoi capelli di viticci e liane si agitarono per l’emozione e la gorgone raccolse la bussola che era caduta ai piedi di Huatli.

“Come avete fatto a starci dietro?!”, chiese la cavaliera con sdegno.

La donna di smeraldo scosse la testa in segno di disapprovazione: “La vampira a cui stavate dando la caccia ha seguito la bussola in linea retta. In un terreno come questo, non mi sembra una scelta particolarmente saggia. È molto più facile trovare delle scorciatoie con uno sguardo dal cielo e un telepate a terra”.

Il sirenide dietro di lei fece un orgoglioso cenno di vanto, mentre l’uomo vestito di blu chinò garbatamente il capo con un sorriso.

“Altre domande?”, chiese la capitana.

Huatli incanalò la sua furia con tutta l’energia possibile in un incantesimo. Nei suoi occhi brillò una luce ambrata e alle sue spalle risuonò l’urlo di un branco di zampartigli nella giungla: in quella foresta, non sarebbe mai rimasta senza una cavalcatura.

Mentre i dinosauri si avvicinavano, i pirati fuggirono in direzione opposta. Huatli si liberò a fatica e cercò Tishana: “Dannata tritona! Dov’è sparita quella traditrice?”

La risposta giunse sotto forma di un rimbombo in lontananza.

Huatli non voleva aspettare per scoprire di cosa si trattasse.

Dietro di lei vide Tishana, in piedi con le braccia tese: all’improvviso, la tritona evocò un’inondazione per sommergere la giungla e gli alberi gemettero mentre il legno dei tronchi si piegava per il forte impatto dell’acqua.

Huatli ebbe a malapena il tempo di ordinare ai dinosauri di allontanarsi un’altra volta e tirò un sospiro di sollievo quando l’alluvione evocata da Tishana la schivò e si diresse verso i nemici in fuga.

I pirati urlarono e si sparpagliarono, e la guerriera credette di vedere la donna dalla pelle di smeraldo e l’uomo in blu che scappavano.

“D’ora in poi dovrai cavartela per conto tuo, Poetessa Guerriera”, disse Tishana con tono solenne. “Io devo fermare Kumena da sola.”

Huatli alzò gli occhi al cielo ancora una volta, e Tishana svanì nel fitto della giungla.

“Nessun problema! Se vuole rompere il nostro accordo, peggio per lei!”, pensò Huatli, sbottando in un’imprecazione colorita.

Per l’ennesima volta, lanciò un incantesimo per evocare una nuova cavalcatura. Doveva seguire l’odore della capitana dalla pelle di smeraldo. Anche se la sua guida tritona l’aveva abbandonata, Huatli ormai era così vicina al suo obiettivo che non aveva più bisogno di lei.

D’improvviso, una voce la fece sussultare.

“Planeswalker! Ferma lì!”

Angrath era alto come un albero e largo come un cornotozzo. Aveva la testa di un toro e un corpo che riusciva a malapena a contenere il suo potere. Dalle sue spalle pendevano catene infuocate e sembrava sfinito.

Angrath.

Tutta questa storia era iniziata quando il pirata l’aveva attaccata. Era tutta colpa di quel pirata, che le aveva provocato la strana visione. Huatli fece una smorfia e corse nella stessa direzione in cui erano fuggiti i pirati.

Angrath la inseguì.

“Aspetta! Voglio parlare con te!”

“E io non voglio starti a sentire!”, gridò Huatli in risposta.

La guerriera guardò verso destra: Angrath si stava avvicinando alle sue spalle.

La ragazza affrettò il passo, ma una catena si avvolse intorno alla sua caviglia, trascinandola a terra.

Mascherò la sua paura con uno sguardo fiero, sollevò una mano e cominciò a lanciare un incantesimo per evocare il maggior numero di dinosauri e bestie possibile.

“Fermati!”, disse Angrath.

Mosse alcuni passi e si inginocchiò, appoggiando le sue catene, ora fredde e scure, sul manto della foresta.

Il cuore di Huatli batteva all’impazzata. Era più terrorizzata che mai: a che gioco stava giocando quell’assassino?

“Sei come me”, disse il pirata.

“Non sarò mai come te!”, replicò solennemente Huatli, in tono di sfida.

“No, idiota, non intendevo in quel senso”, rispose Angrath con sguardo impaziente. “Non ti farò del male, perché sei una Planeswalker come me.” Il minotauro si rialzò in piedi e la guardò.

Huatli voleva delle risposte, ma prima che potesse chiedergli qualcosa, Angrath parlò con fare calmo e deciso. “Qualsiasi cosa ci impedisca di abbandonare questo piano, si trova in quella città. Se scopriamo di che si tratta, possiamo aiutarci a vicenda a fuggire su altri mondi.”

Un barlume di meraviglia dissipò la confusione che regnava nella testa di Huatli.

Angrath proseguì: “... E dobbiamo solo uccidere chiunque cerchi di sottrarre Orazca al nostro controllo”.

La speranza di Huatli svanì e la guerriera fu pervasa da una sensazione di malessere.

“Ottimo”, pensò tra sé e sé, “il mostro assassino vuole essere mio amico”.


VRASKA

La bussola taumaturgica iniziò a vibrare nella mano di Vraska.

Il suo cuore sussultò mentre correva, con Jace al fianco e la sua ciurma alle spalle.

L’inondazione della tritona era stata un astuto diversivo, ma l’equipaggio della Belligerante non si faceva travolgere tanto facilmente.

Malcolm si librò in volo per perlustrare la zona dall’alto e tornò affannato. “Si trova sulle colline davanti a noi!”

“Continuate a correre!”, urlò Vraska alla ciurma. Erano incredibilmente vicini.

Gli alberi erano diversi in quella zona di Ixalan. La capitana e l’equipaggio avevano attraversato una catena montuosa e ora si trovavano in mezzo a un nebbioso labirinto di piante. Di tanto in tanto, si imbattevano in alberi dalle meravigliose foglie gialle e tra le rocce accanto a loro, sotto i muschi e i licheni, scintillavano venature di oro prezioso.

La terra stessa sembrava ansiosa di tradire i segreti che occultava.

La ciurma della Belligerante raggiunse una radura e all’improvviso tutti si fermarono: splendenti come picchi dorati che spuntavano tra il verde degli alberi, le guglie di Orazca si stagliavano contro il cielo.

Guglie di Orazca
Guglie di Orazca | Illustrazione di Yeong-Hao Han

Le cime appuntite dominavano l’orizzonte. Gli edifici, tuttavia, erano nascosti da un’interminabile barriera di alberi, così immensa che Vraska si chiese se la città sepolta non fosse costituita dalle colline stesse, coperte da un impenetrabile groviglio di arbusti.

Ripose la bussola taumaturgica, che pulsava e si illuminava riflettendo l’immensità della magia da cui erano circondati.

“Non è solo il luogo in cui viene custodito il Sole Immortale. Anche l’incantesimo che ci tiene bloccati qui, qualsiasi cosa sia, si trova lì dentro”, disse una voce dietro di lei.

Vraska si voltò. Jace l’aveva raggiunta, mentre gli altri membri della ciurma si erano presi una pausa prima della parte finale del viaggio.

La gorgone annuì: “In realtà, non ho ancora ben capito quale sia esattamente la funzione del Sole Immortale. Circolano troppe voci sul suo conto per dare credito a una teoria piuttosto che a un’altra”.

“Potrebbe essere letteralmente la chiave per la nostra dipartita da questo piano.”

“Potrebbe”, replicò Vraska. “Potrebbe anche donare la vita eterna senza alcun bisogno di nutrirsi di sangue altrui. Potrebbe rendere l’Impero del Sole imbattibile. Potrebbe essere la fonte di un potere incommensurabile, troppo pericoloso da controllare per qualsiasi individuo.”

“Credo che sia qualcosa che non dovrebbe stare qui”, disse Jace, “qualcosa che è stato portato qui da un altro mondo”.

Il telepate si portò una mano al mento con aria pensierosa. “Oppure potrebbe essere semplicemente un ammasso di roccia che non ha alcun potere. Il signor Nicolas potrebbe essere un collezionista di rocce...”

“Potrebbe essere”, disse Vraska, scrollando le spalle. “Ha l’aria di una persona con passatempi bizzarri.”

Anche Jace scrollò le spalle, mentre Amelia lo chiamava. Si avvicinò agli altri membri dell’equipaggio e cominciò a parlare con loro.

Sembrava così diverso senza il suo cappuccio... Vraska non l’aveva mai visto così, prima di trarlo in salvo dall’isola su cui era naufragato.

Si chiese se i suoi capelli fossero così morbidi come sembravano.

“Tu non vieni, Vraska?”

“Sto riprendendo fiato. Raduna la ciurma.”

Il telepate chiamò gli altri e la capitana cambiò rapidamente espressione, assumendo un atteggiamento più autoritario.

Mentre Vraska si avvicinava alla ciurma della Belligerante, il terreno sotto di lei cedette da un lato.

L’equipaggio lanciò un grido di sorpresa. Malcolm si alzò in volo e Braghe si rifugiò sulla spalla di Amelia. Diversi pirati si guardarono intorno disperati, in cerca di qualcosa a cui aggrapparsi, ma non c’era modo di sfuggire alle forti scosse. La radura iniziò a sussultare con violenza e nella roccia sotto di loro si formò una lunga fenditura.

“Guardate!”, disse Amelia, indicando le guglie che si intravedevano in lontananza.

Stavano cominciando a innalzarsi nel cielo, sempre più alte. La città stessa stava affiorando dalla giungla a ogni scossa di terremoto. Gli arbusti si spezzavano, gli alberi venivano sradicati dal terreno, stormi di ali solari si alzavano in volo e a poco a poco la città emerse, rivelando i suoi segreti.

Illustrazione di Titus Lunter
Illustrazione di Titus Lunter

Malcolm atterrò accanto a Vraska, con uno sguardo terrorizzato.

Lei lo afferrò per le spalle: “Tutto ciò è successo perché ci siamo avvicinati?”

“Qualcun altro deve aver raggiunto la città prima di noi.”

Indicò la bussola taumaturgica nella mano di Vraska. Effettivamente, tutti i suoi aghi brillavano con un’intensità che la gorgone non aveva mai visto fino a quel momento.

Nella giungla risuonò il ruggito di una bestia gigante, così forte da coprire il frastuono delle scosse del terreno.

Vraska si bloccò: quel fragore primitivo aveva riempito il suo cuore di terrore. Il suo sgomento non fece che aumentare quando udì un rumore simile e altrettanto forte... poi un altro... e un altro ancora.

Qualcosa di terribile si era risvegliato.

Un flusso d’acqua pervase la radura e la gorgone cercò di identificarne l’origine. Nelle vicinanze si era aperto un crepaccio e l’acqua deviata dal fiume si riversava nell’enorme voragine che si era appena formata alla base della città.

La terra sotto i suoi piedi tremò e la città dorata di Orazca si innalzò ancora di più.

Finalmente si era liberata da secoli di vegetazione cresciuta a dismisura e si mostrava in tutto il suo splendore: era incredibile.

La città si era aperta come i petali di un fiore. Fedeli alla loro fama, le impeccabili costruzioni dorate erano immacolate e ornate di turchese, ambra e giada. Rampe e vialetti attraversavano fiumi e cascate gorgoglianti, e le pareti erano decorate con strani simboli e motivi scolpiti con cura.

Vraska si sentiva elettrizzata e non vedeva l’ora di affrontare e annientare ciò che si era risvegliato in lontananza, qualsiasi cosa fosse. Chiamò a raccolta i membri della ciurma, ma mentre s’incamminavano verso la città, un’altra scossa di terremoto la scagliò a terra.

“Vraska!”

Girò la testa e rimase a bocca aperta: il bordo della radura in cui si trovavano si era spaccato in due e Jace era aggrappato a un macigno traballante nel tentativo di non cadere nel precipizio.

Gli altri pirati si scansarono di lato, mentre l’acqua del fiume nei paraggi si avvicinava pericolosamente. Il volume aumentava a ritmo incalzante e un torrente minacciava di trascinare con sé quel che restava del bordo.

Vraska camminò a fatica tra le acque del fiume fin dove poté, poi si diresse a nuoto nel punto in cui si trovava Jace. Sputò l’acqua dolce che le era entrata in bocca e riuscì a raggiungere la mano tesa del telepate.

Non appena le dita di lei sfiorarono quelle di lui, il terreno si spostò di lato ancora una volta e Jace perse la presa.

“Jace!”

Vraska lo vide precipitare, gli occhi spalancati dal terrore e le mani tese dalla disperazione.

La gorgone gridò in preda alla furia e al dolore, perché non riusciva a scorgere dove finisse la cascata.

Illustrazione di Wesley Burt
Illustrazione di Wesley Burt

Si sbilanciò in avanti per cercare di seguirlo con lo sguardo, ma il macigno sotto di lei cedette.

Anche Vraska cadde e sentì un velo di foschia punzecchiarle le braccia mentre le agitava alla disperata ricerca di un appiglio.

Non ebbe tempo di urlare: riuscì solo a prepararsi all’impatto in modo che fossero i piedi a entrare per primi in contatto con l’acqua.

Poi fu inghiottita dalla pozza in fondo alla cascata.

Annaspò, muovendo con tutta la sua forza l’acqua intorno a lei per cercare di risalire in superficie.

L’impeto dei flutti le premeva sui fianchi e la violenza della cascata cercava di spingerla ancora più sotto, ma Vraska non era disposta a cedere tanto facilmente. Soprattutto ora che l’obiettivo della sua missione era così vicino.

Sentì che le sue dita avevano raggiunto la superficie e si spinse con forza verso l’alto, nel disperato tentativo di respirare. Finalmente venne a galla, inspirando aria a pieni polmoni e sputando l’acqua del fiume. Avvertì un bruciore ai piedi per l’impatto e sentì che un grosso livido si stava formando su una gamba mentre scalciava. Su entrambe le sponde del corso d’acqua erano affiorate dal terreno enormi mura di oro e pietra, e la città risorta di Orazca troneggiava dall’alto.

Improvvisamente, la assalì un insopportabile dolore alle tempie, urlò dal male e nella sua mente prese forma un’immagine.

Isola
Isola | Illustrazione di Richard Wright

L’immagine svanì, lasciando Vraska a bocca aperta per lo stupore e il dolore.

Era ancora in preda al panico e cercava disperatamente di raggiungere la riva, allungando il collo per orientarsi mentre nuotava. Si trovava ancora su Ixalan, ma l’immagine che aveva visto era di Ravnica.

“Che diavolo è stato?!”

Allarmata e confusa, tentò con tutte le sue forze di avvicinarsi al punto in cui il fiume appena formatosi incontrava la pietra della città riemersa dalla giungla.

Poi vide Jace: era aggrappato a una roccia vicino alla riva, aveva una ferita sanguinante sulla testa e i suoi occhi erano illuminati dalla magia. L’espressione sul suo viso era di confusione e dolore, lo sguardo era assente, distante.

“L’ha visto anche lui...?!”

“Jace!”, strillò la gorgone, avvicinandosi a nuoto e trascinandosi con tutto il peso dei suoi indumenti inzuppati attraverso l’acqua torbida, lottando per non essere inghiottita dalla corrente della cascata. “Jace, la tua testa... Aaah!”

Lo stupore mozzò il respiro di Vraska.

Indossava un mantello blu e un cappuccio, e si trovava sul pulpito centrale del Foro di Azor. Niv-Mizzet, il parun degli Izzet, la osservava dall’alto, e la gorgone riconobbe i volti dei labirintieri di ogni singola gilda di Ravnica. “È un ricordo”, capì Vraska. Il ricordo era ricco di significato, senso di appartenenza e responsabilità. Si trattava del giorno in cui Jace era diventato il Patto delle Gilde Vivente.

D’un tratto, l’immagine si affievolì, poi svanì e Vraska si ritrovò di nuovo a nuotare nel fiume.

“Si ricorda tutto”, comprese la donna, assalita dal terrore.

Jace aveva riacquistato di colpo la memoria: i ricordi erano tornati alla sua mente come un fiume in piena straripante e presto avrebbe ricordato anche chi era Vraska. Si sarebbe ricordato del loro rancore, della gilda di lei, del suo lavoro, e quando ciò fosse avvenuto, niente di tutto quello che era successo negli ultimi mesi avrebbe avuto importanza. Si sarebbe ricordato che lui era il Patto delle Gilde e lei era un’assassina, e questo avrebbe segnato la fine della loro amicizia.

Vraska ingerì una gran quantità di acqua mentre nuotava freneticamente verso Jace sulla riva. Il telepate sanguinava, era a pezzi, gli occhi illuminati persi nell’agonia dei ricordi.

“È finita”, si rammaricò Vraska, con il cuore infranto mentre camminava a fatica nelle acque basse per raggiungere il mago mentale. Un dolore lancinante alla testa la avvertì che stava per riaffiorare un altro ricordo: chiuse gli occhi per farsi forza mentre il passato di Jace sfuggiva al controllo del telepate, scontrandosi con la mente della gorgone.


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